Arti & Culture

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DIRITTO DI CREARE?

Quali sono i limiti imposti dal sistema politico e culturale, che impediscono la piena libertà dell’espressione artistica in tutte le sue forme? Domande che, soprattutto come artisti di professione, dovremmo porci e vigilare, anche attraverso la costruzione di reti solidali, perché la libera espressione creativa sia sempre sostenuta e tutelata.

 Nel 2020 il Consiglio d’Europa ha lanciato il “Manifesto sulla libertà di espressione dell'arte e della cultura nell'era digitale”, unitamente al progetto della mostra digitale  “Free to Create, Create to be Free” 

La Segretaria generale del Consiglio d'Europa, Marija Pejčinović Burić, si è così espressa in merito: "La libertà di espressione artistica fa parte della libertà di espressione, tutelata dall'articolo 10 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo. Il Manifesto sulla libertà di espressione dell’arte e della cultura nell'era digitale è un impegno politico, per promuovere il diritto degli artisti di esprimersi liberamente, anche in circostanze difficili. La libertà di espressione artistica è sottoposta a crescenti pressioni. Un numero sempre maggiore di artisti, esperti e professionisti della cultura che toccano certi argomenti, dicono verità scomode, rendono visibile l'invisibile, sono oggetto di censure, intimidazioni e vessazioni. Inoltre la crisi, causata dal COVID-19, ha colpito duramente le condizioni di lavoro e il reddito degli artisti e dell’insieme del settore culturale e creativo. Il Manifesto richiama l'attenzione su questi rischi e invia un chiaro segnale politico per proteggere l'apertura e la creatività, che sono elementi essenziali delle nostre democrazie”.

Sono senz’altro parole molto giuste, esaustive, ma all’esame della situazione generale, dello stato dell’arte italiano, fino a che punto c’è l’intenzione di adottare questo manifesto e i principi in esso contenuti?

In Italia, dove il numero di artisti di tutti i generi è altissimo, con miriadi di pittori, scultori, musicisti, attori, danzatori, registi, performers, assistiamo ad un fenomeno sottile, peraltro poco evidente al pubblico: l’esistenza di veri e propri sistemi culturali legati a doppio filo con la politica, le istituzioni che erogano i fondi, gli enti pubblici, all’interno dei quali il teatro, il cinema, il giornalismo,  le arti in genere, vengono a costituire una rete di supporto ad esse.

Questo significa che queste istituzioni decidono la sopravvivenza, lo sviluppo, gli spazi concessi, e per spazi si intendono non solo quelli fisici, ovvero i luoghi come i teatri o le location per il cinema o le mostre, ma anche quelli sui giornali, in televisione, la loro risonanza mediatica.

Queste istituzioni, pubbliche e private, o private a partecipazione pubblica, o pubbliche a partecipazione privata, erogando fondi, senza i quali gli artisti spesso non possono sopravvivere, poiché non è quasi mai sufficiente lo “sbigliettamento” o la vendita delle opere, decidono anche a priori gli argomenti su cui l’arte deve necessariamente dibattere.

Negli ultimi anni è andata di moda una generica “Inclusione sociale”, sfociata recentemente nella “lntegrazione delle differenze: omosessualità, emigrazione, handicap, povertà, identità di genere” e anche “Cambiamento climatico, questione energetica, transizione ecologica”.

Sono i temi trattati nell’Agenda 2030 dell’ONU, i quali costituiscono certamente un’urgenza per il nostro Pianeta Terra, che tutti i popoli dovrebbero fare propri ed intentare azioni in tal senso, artisti compresi, i quali dovrebbero spiccare per sensibilità verso la sofferenza umana.

L’erogazione delle risorse per progetti artistici viene effettuata, per legge di equità, attraverso i famigerati Bandi, indetti da Enti e Fondazioni pubbliche e private; possiamo notare che la compilazione dei suddetti diventa ogni anno più complessa ed articolata, inaccessibile per i semplici artisti, che devono comunque delegare l’operazione ad una figura esperta in fund raising. Ma anche i parametri progettuali devono aderire, in modo sempre più capillare alle direttive dell’Agenda Onu 2030, accostando anche “l’innovazione tecnologica”.

Addirittura viene esplicitamente richiesto di indicare nella progettualità artistica, in fase di compilazione, la percentuale di aderenza ai punti fondamentali dell’Agenda 2030.

Tutto questo può apparire nobile e da un lato può leggersi come istanza di sensibilizzazione, da parte dei governi mondiali, verso la popolazione tutta, ai problemi primari che affliggono la nostra umanità in questi tempi difficili e l’artista certamente, come personaggio pubblico, può e deve condividere queste urgenze, facendosene portavoce.

Ma che l’unica arte possibile, riconosciuta, sostenuta sia quella che aderisce a questi dettami, che in qualche modo sono imposti da un’organizzazione mondiale, ci porta lontano dal concetto di libertà dell’artista, espresso nel manifesto Europeo.

Inoltre, se l’artista, nella sua progettualità insegue queste argomentazioni al solo scopo, spesso disatteso, a causa delle difficoltà di compilazione dei Bandi,  di ottenere fondi e sostegni, allora si può affermare che il meccanismo assume un carattere di demagogia davvero preoccupante.

Il pericolo è che il sistema culturale diventi un ambiente di cortigiani a senso unico, spesso senza che neppure essi stessi se ne rendano conto.

Inoltre al di fuori di questi corridoi tematici, l’arte è attualmente sicuramente libera, poiché non siamo in una dittatura, ma totalmente ignorata dal sistema, né sostenuta in alcun modo. 

Queste pericolose dinamiche pongono limiti all’arte stessa, che può perdere in un certo senso la propria innocenza e spontaneità. L’immaginazione, la libera creatività, l’estro artistico patiscono i confini e i corridoi a senso unico, non sono contenibili entro caselle imposte, ma necessitano della libertà di esplicitarsi in forme molteplici e diversificate.

La storia ci insegna che spesso grandi artisti hanno dovuto affrontare ambienti culturali molto chiusi, o addirittura sistemi politici totalitari, che non ammettevano la libertà di espressione. Molti artisti nella storia sono stati emarginati e talvolta condannati, per essere riabilitati solo dopo la loro morte.

Tutti sappiamo, in ogni caso che non esiste arte se non c’è piena libertà di espressione da parte dell’artista. E quindi come sancire questa libertà, come mettere in pratica il manifesto europeo?

Innanzitutto sviluppare il senso di solidarietà, di reciproco sostegno, di mutuo-aiuto, per costruire reti artistiche, che possano trovare sostegni alternativi a quelli del sistema finanziario ufficiale. E’ senz’altro un percorso arduo e non immediato, anche perché l’artista, che spesso è un imprenditore di se stesso o del proprio gruppo, tende a coltivare gelosamente il proprio orto e non riesce facilmente a dialogare con altri colleghi, su piani ampi e multidisciplinari.

Quindi è necessario anche da parte degli artisti un cambio di mentalità, un nuovo paradigma, una riforma interiore, che vada verso la conoscenza dell’altro, lo scambio, la cooperazione necessari per poter difendere il proprio territorio di libertà.

Pensiamoci.

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