Arti & Culture

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L’attore tra Oriente e Occidente

La sacralità della formazione teatrale, il lungo percorso quasi monastico per diventare attori di teatro, è un aspetto spesso sconosciuto al pubblico, che vede solo l’ultimo risultato di un’interminabile sequenza di esercitazioni, allenamenti, cadute e rialzate per l’interpretazione ottimale di un personaggio. In Oriente e Occidente l’approccio è diverso, ma lo studio deve avere necessariamente sempre il carattere di un voto.

Siamo abituati a considerare l’arte della recitazione un prodotto di consumo. Restiamo ammirati di fronte all’interpretazione di un personaggio in un film o in uno spettacolo, applaudiamo la bellezza di un allestimento, di un costume, di una voce, di un gesto, ma ben poco conosciamo del percorso che può aver portato a quel risultato.

Tutte le arti sceniche, in primis la danza, richiedono un lungo apprendistato, che si declina attraverso la relazione maestro e discepolo. Senza maestri non si può apprendere nessun arte. Sono i maestri a forgiare i futuri artisti, attraverso un duro lavoro, nel caso del teatro, su sé stessi, sul proprio corpo e sulla propria voce, sulle proprie emozioni, sui propri vissuti e sulle proprie potenzialità espressive. Il maestro corregge, a volte costringe e solleva dalle cadute inevitabili, poiché il viaggio dell’arte può essere visto come una collezione di tentativi, di fallimenti, di esperimenti e infine si spera di vittorie. Il discepolo entra dentro sé stesso e si mette a nudo, si scarnifica per giungere a quell’attimo di verità sul palcoscenico, che fa sobbalzare il pubblico.

Questo è ancora più vero nella concezione orientale dell’artista della scena. Nel teatro giapponese Kabuki per esempio il periodo medio di formazione di un attore è di almeno 10 anni, che diventano 20 per gli “onna gata” , ossia coloro che interpretano i ruoli femminili e la scuola ha le caratteristiche di un monastero: un luogo interamente dedicato ad imparare giorno dopo giorno, in una immersione totale, composta da silenzio, reverenza e disciplina.

Il teatro Kabuki, ricerca la perfezione e presenta un’immagine non realistica del mondo, attraverso l’essenzialità della rappresentazione, che tende a sottolineare la bellezza del reale, in una totale fusione di tutti i suoi aspetti. 

L’attore  in questo contesto studia il proprio personaggio simbolico, un solo personaggio per tutta la vita, fino a farlo diventare perfetto. Rigide regole lo accompagnano in questo apprendimento che diventa missione, vocazione, dedizione totale.

 In Occidente, la concezione dell’attore sembrerebbe essere all’opposto: imparare ad interpretare il maggior numero di personaggi possibili. L’apoteosi di questo concetto può essere rappresentata da un attore come De Niro, che ha frequentato per 6 mesi infime palestre di pugilato in quartieri malfamati, senza svelare la sua identità per riuscire a interpretare Toro Scatenato e subito dopo il malato di encefalite letargica in “Risvegli” con Robin Williams, ruolo che gli ha richiesto l’immersione esperienziale in case di cura americane. Unicità e diversità dei ruoli sembrano far divergere le strade di f

 

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