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Perché “Kind of Blue” è così importante? Di Adriano Papagno

Serie: Note Rigeneranti

60 anni fa Miles Davis pubblicò il disco più venduto della storia del jazz, che non sarebbe mai più stato la stessa cosa. La vera grandezza di Kind of Blue, si dice spesso ancora oggi, è di aver saputo concretizzare una rivoluzione musicale in un disco che è indiscutibilmente bellissimo e che peraltro piace generalmente a tutti, anche a chi non sa niente di quello che c’è dietro e addirittura a chi normalmente detesta il jazz. È un disco che si presta a molti piani di lettura, che viene suonato ogni giorno come sottofondo nei cocktail bar del mondo e sul quale vengono contemporaneamente tenuti seminari universitari e che continua a essere in cima alle liste dei consigli sui dischi da cui partire per cominciare ad ascoltare jazz.

Nel 1959, l’anno in cui uscì il disco di Miles Davis, il jazz era in un momento strano della sua storia.

Per oltre un decennio era stato l’indiscutibile avanguardia della musica statunitense e una delle più efficaci manifestazioni della vivacità e della raffinatezza della cultura popolare americana. Ed era stato, fino a quel momento, una musica quasi unicamente afroamericana nei suoi interpreti, nella sua estetica, nei suoi linguaggi. Qualcosa però stava cambiando. Charlie Parker, il più grande sassofonista che fosse mai esistito, era morto da ormai quattro anni. E con lui era andata scemando l’energia e la vitalità del bebop, il sottogenere del jazz che senza esagerare aveva rivoluzionato l’idea stessa di cosa fosse la musica. Il rock ‘n roll stava muovendo i suoi primi passi, a sua volta grazie ad alcuni visionari musicisti neri, mentre altri musicisti bianchi stavano dimostrando di sapere, a loro volta fare del gran jazz.

I vecchi paradigmi, su cui si era basato il jazz nei quindici anni precedenti, stavano cominciando a stare stretti ai musicisti, che stavano pian piano trovando il modo di sfogare questa loro insofferenza, rompendo sempre più regole e ritrovando la propulsione creativa tipica del primo bebop, in forme musicali sempre più libere e intellettuali. Davis nel 1959 aveva 33 anni ed era già una celebrità, prima come trombettista bebop e poi come leader di band di talento, era uno dei jazzisti più potenti e influenti di quel periodo e aveva a disposizione la massima libertà creativa e i migliori musicisti in circolazione. Negli anni precedenti aveva messo insieme il suo cosiddetto “primo grande quintetto”, che però era andato incontro a varie sostituzioni e aggiunte, diventando un sestetto.

Al piano Davis aveva assoldato Bill Evans, un musicista bianco, che aveva le sue stesse idee su un sacco di cose, idee che in quel momento erano rarissime, se non uniche nella scena jazz. Davis infatti si era stufato dei funzionamenti alla base del bebop e stava cercando un modo di suonare che permettesse una maggiore libertà espressiva, che consentisse più possibilità nell’esplorazione melodica. Quello che Davis aveva in testa era un modo nuovo di pensare le improvvisazioni, che da quindici anni rappresentavano il cuore della musica jazz. Per sua fortuna, qualche anno prima il compositore e pianista George Russell aveva pubblicato un libro fino ad allora semisconosciuto, sul quale Davis avrebbe basato una delle più importanti rivoluzioni della musica del Novecento.

 

Russell proponeva un nuovo tipo di improvvisazione, che non si basava più sugli accordi, ma su una serie di scale dette “modali”.

L’armonia alla base del bebop faceva riferimento, invece, a una progressione rapida e molto ritmata di accordi, e queste progressioni si basavano a loro volta su schemi consolidati e complessi, e rappresentavano una griglia strettissima, all’interno della quale dovevano muoversi i musicisti nelle loro improvvisazioni. Ovviamente i migliori jazzisti si muovevano in questi schemi con una naturalezza incredibile ma, per quanto naturale fosse, le improvvisazioni erano vincolate a quel tipo di ragionamento.

Davis voleva suonare in modo diverso, e capì come farlo dopo aver conosciuto Russell. Sostanzialmente, con il jazz modale, Davis si liberò non tanto degli accordi, quanto dei vincoli che si portavano dietro.

Se nel bebop c’era un tema (la melodia orecchiabile), seguito da una serie vorticosa di improvvisazioni concluse poi da una ripetizione del tema, i pezzi del nuovo jazz modale erano diversi. C’erano sempre i temi, ma nelle improvvisazioni i musicisti erano invitati a crearne di nuovi, sviluppando melodie più efficaci, più libere e più armoniose, meno macchinose di quelle del bebop.

King of Blue ebbe da subito un grande successo, sia di pubblico, sia di critica. Oggi si ritiene sia il disco jazz più venduto di sempre, con oltre quattro milioni di copie ed è in cima alla maggioranza delle classifiche dei migliori dischi jazz di sempre.

 

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