Occhio Critico

Occhio Critico

Discriminazioni e discriminazioni.

Cosa vuol dire discriminare, non essere discriminato, proteggere dalle discriminazioni, favorire il pieno sviluppo della persona umana, quando si è ciechi e sordi di fronte a una profonda discriminazione, che si consuma in silenzio davanti ai nostri occhi?

Lavoro nei servizi sociali da quasi 40 anni, un lavoro non adeguatamente remunerato, nello svolgere il quale gli operatori sono continuamente esposti dal punto di vista sia fisico, sia psicologico. Ho deciso di intraprendere questa attività per sostenere i più deboli, i discriminati, per cercare di dare ad ogni bambino le stesse opportunità, indipendentemente dalla condizione in cui nasceva. Negli anni ho sempre implementato la mia formazione, per essere capace di dare risposte sempre più adeguate ai bisogni, per sostenere il cambiamento e la realizzazione di persone senza speranza.

Tante persone ho accompagnato in un percorso di riscatto, soprattutto giovani: ragazzi e ragazze. Talvolta non sono riuscita nel mio intento, ma non ho mai smesso di rilanciare, anche con persone che avevano compiuto o subito azioni deprecabili e avevano manifestato il peggio di sé. Sempre ho creduto che avrebbero potuto, incoraggiati a farlo, tirare fuori altre parti di loro, costruttive, creative, solidali…e spesso ce l’hanno fatta.

Non ho mai smesso di lavorare, neppure durante il lockdown, ho continuato ad incontrare le persone, inizialmente senza nessun dispositivo di protezione, solo un botticino di disinfettante, fornito dall’ente e mascherine, acquistate personalmente. Poi, piano piano sono arrivati i plexiglas da usare durante i colloqui, hanno cominciato a dotarci delle mascherine, i colleghi che si occupano di sicurezza, sono venuti a misurare le distanze tra le scrivanie nell’ufficio. Abbiamo cominciato ad alternare il lavoro in presenza, con il lavoro a distanza e solo nel corso di brevi periodi abbiamo interrotto le visite domiciliari, a casa delle persone. Nessuno di noi si è ammalato!

Sono l’unica non vaccinata nel mio servizio (non mi definisco “no vax”, perché tutti gli altri vaccini li ho sempre fatti), alcuni colleghi rispettano la mia scelta, pur non condividendola, altri mi vedono come un pericolo, una potenziale fonte di contagio, altri ancora come una coraggiosa, che nonostante le difficoltà di questa posizione non si piega. Mentre tutti gli altri, alcuni convinti, altri con mille dubbi sull’efficacia, o con la paura di incorrere in effetti avversi, visto che si trattava di inocularsi un siero sperimentale, o sentendosi costretti per poter continuare a vivere una sorta di normalità, si vaccinavano, io restavo l’unica a resistere, a fare 2-3 tamponi alla settimana, per poter continuare a lavorare. Nel corso dei mesi io ero sempre al lavoro, mentre i colleghi a turno erano in quarantena, o perché contraevano la malattia, o perché qualche loro familiare era malato, o era stato a contatto con positivi. A volte chiedevo ai miei responsabili: “Chi protegge la mia salute? Se anche i colleghi vaccinati si contagiano e contagiano, perché solo a me è richiesto il tampone? E perché, se è da considerarsi un dispositivo di protezione, come lo sono le scarpe antinfortunistica, lo devo pagare io e non il datore di lavoro? Succedeva anche che qualcuno avesse problemi, soprattutto dopo la seconda dose e cominciasse a nutrire dubbi sull’opportunità di continuare a vaccinarsi, considerato anche il fatto che diventava sempre più evidente che il siero non immunizzava, contrariamente alle promesse fatte. Qualcuno cominciava a venirmi a parlare, a dire che non avrebbe fatto la terza dose, che aveva paura, che era stato troppo male. Ed io, pur empatizzando con lui, gli facevo notare che questa scelta lo avrebbe precipitato nella stessa condizione dei “no vax”, con tutte le conseguenze del caso. Per qualcuno quel giorno è venuto e, alla scadenza della validità del green pass, ha deciso di non vaccinarsi più e, dopo essersi sottoposto a ripetuti tamponi, il 15 febbraio non ha più potuto lavorare. Discriminato anche lui nel diritto sancito dal primo articolo della Costituzione.

Sembra quasi una beffa, proprio noi che lavoriamo per aiutare a superare le discriminazioni, veniamo discriminati, per giunta in un momento storico in cui in tutti gli Stati vengono tolte le restrizioni e quando il Corona Virus viene derubricato ad un’influenza!

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere sul Corriere della Sera, in prima pagina, una lettera della scrittrice Susanna Tamaro che, essendosi improvvisamente trovata nella condizione di avere il green pass scaduto, si era resa conto, e di conseguenza indignata, delle restrizioni che subiscono coloro che ne sono sprovvisti. Ma dov’era quando i sanitari, prima tanto osannati perché, rischiando la loro vita, senza quasi nessuno strumento di protezione, non si sottraevano alla loro missione e si prodigavano nella cura di persone affette dal virus, sono stati sospesi se non vaccinati; dov’era quando è capitata la stessa sorte agli insegnanti e alle forze dell’ordine? Piano, piano, quasi senza accorgercene, ci siamo trovati a vivere questa situazione di profonda discriminazione, che i più non riescono ancora a riconoscere, tanto si sono assuefatti e, addirittura, alcuni, sentendosi privilegiati, appoggiano.

Più volte mi hanno detto: ma non ti vergogni a paragonare la condizione dei “no vax” al dramma vissuto dagli ebrei nel 1942? Allora ho posto alcune domande al mio interlocutore del momento, che si scandalizzava delle mie parole: Possiamo entrare nei negozi? Possiamo entrare nei bar, nei ristoranti, nelle poste, negli uffici pubblici, nelle banche, nei cinema, nei teatri, nei concerti…? Possiamo lavorare senza green pass rafforzato, se abbiamo più di 50 anni? Il governo francese, sotto l’occupazione nazista, nel luglio del 1942 con un’ordinanza, con valore immediato, vietava agli ebrei di frequentare ristoranti, caffè, sale da the, bar, teatri, sale da musica, cinema, concerti, altri luoghi di piacere, biblioteche, spiagge, parchi. Sono passati 80 anni e vediamo applicare le stesse leggi discriminatorie, verso una minoranza di cittadini italiani a cui viene tolto anche il diritto al lavoro. Come allora, si tratta più di un’emergenza democratica, che di un’emergenza sanitaria e come allora, e solo alcuni ancora se ne rendono conto, è stata l’obbedienza a leggi ingiuste che ci ha portato, a una tragedia consumata nel silenzio. Molti, nella posizione di controllori, si difendono dicendo che applicano solo le regole, cosa da cui non possono esimersi, senza rendersi conto che la legge a cui fanno riferimento è stabilita da decreti, delibere, che contrastano con leggi nazionali, europee, internazionali; e che l’eseguire ordini ingiusti non esime dalla responsabilità.

Ancora pochi si rendono conto che non avere il green pass vuol dire essere condannati alla morte civile, sociale e culturale e per gli over 50 anche fisica, in quanto pochi di noi hanno la possibilità di resistere anche solo pochi mesi con i risparmi accumulati, sempre più esigui. Certo si può uscire da questa situazione di apartheid ammalandosi (ma quando mai si è visto invocare una malattia per riacquisire il diritto di vivere?), o vaccinandosi, ma non sarebbe certo una scelta libera, ma cedere a un ricatto, per riavere i propri diritti inalienabili.  E per quanto tempo? Un anno, sei mesi, 4 mesi…

Siamo arrivati addirittura al fatto che organizzazioni religiose come la Caritas e la Comunità di S. Egidio mettono il vaccino come pre-requisito per ricevere i pasti ed entrare nei dormitori, come se il covid fosse il problema principale dei senzatetto e…ve lo dice una persona come me che, per alcuni anni, in inverno, girava per la città di notte, con altri colleghi, per convincere i cosiddetti clochard, termine così poetico, a lasciare le panchine o le stazioni, per evitare di morire di freddo e tentava con loro di avviare un percorso di “rinascita”, di riappropriazione della propria dignità. Attualmente però l’empatia tra esseri umani è molto debole e se si prosegue in questa direzione si rischia la vera e propria estinzione del genere umano.

La propaganda a cui siamo esposti ogni giorno ci fa credere che non ci siano alternative a questo mondo ingiusto e ancora attualmente la verità ufficiale contribuisce ad aumentare giorno, dopo giorno la paura, il disorientamento, a farci sentire impauriti, ansiosi e preoccupati.

Aleksandr Dugin, politologo e filosofo russo, afferma: “L’uomo nuovo nasce a mezzanotte”, per significare che proprio a partire dal buio più profondo della notte possiamo rinascere, creare un’alternativa. Per poter invertire la tendenza dobbiamo avere la forza di un’anima risvegliata, per sviluppare una resistenza non divisiva. Mantenerci sereni e tranquilli, non farci toccare a livello psichico, conservare un pensiero libero, che si radica nello spirito. Diventare padroni della “nostra regia interiore”, che ci permette di decidere quale realtà proiettare nei nostri pensieri e nella nostra vita. Noi siamo co-creatori della realtà e per questo abbiamo una responsabilità enorme: creare un mondo di giustizia, pace, libertà o ingiustizia, violenza, miseria.

Diventiamo creatori del mondo in cui tutti vogliamo vivere! Gandhi diceva: “Sii il cambiamento che desideri vedere” e possiamo aggiungere alle sue parole: “Sii l’empatia, la compassione che desideri ricevere”. Partire dal nostro interno, unendoci agli altri, per sciogliere tutte le tensioni e le separazioni dentro e fuori di noi. Ci possiamo salvare solo se collaboriamo insieme nella faticosa trasmutazione del mondo. Uniamo le forze, tutte le parti, tutti i movimenti, non creiamo fratture dentro e fuori di noi, superiamo le barriere, il distanziamento, che ha creato problematiche enormi, creiamo le condizioni per il pieno sviluppo della persona umana, concetto che compare nel terzo articolo della Costituzione, che viene considerato il prerequisito della democrazia costituzionale. Il pieno sviluppo della persona umana significa pieno sviluppo della coscienza etica, dell’insieme delle qualità dell’essere, della capacità di amare, che si esprime nell’eguaglianza, nella solidarietà politica, economica e sociale. Creiamo uno spazio di elaborazione per trovare le soluzioni migliori possibili e condivise, per diventare una voce unitaria che possa contrapporsi alle forze distruttive.

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