Psiche e Corpo

Psiche e Corpo

Osteopatia: la pace e la guerra dopo una diagnosi.

La reazione che abbiamo davanti a una diagnosi puòportarci a risultati differenti. Non entriamo in guerra con la diagnosi o la patologia, ma non facciamola diventare il centro della nostra esistenza.

Capita di incontrare pazienti con una diagnosi grave. Vedo la differenza di reazione in ciascuno di loro.

C’è chi reagisce in maniera propositiva, intraprende dei progetti e ci si butta a capofitto. Segue le terapie mediche, ma mantiene un umore molto alto, combattivo, pretendendo di continuare a vivere al meglio delle sue forze. Così li vedo intraprendere corsi promossi dal Comune, su internet, crearsi un’agenda settimanale piena di impegni, che esprimono il loro interesse personale. Coinvolgono molte persone in queste loro attività, ne parlano animatamente e con trasporto. In questi pazienti ho notato che la patologia prosegue, ma molto, molto lentamente. In alcuni casi, quelli in cui la patologia è agli esordi, addirittura tende a diminuire.

Normalmente si sente dire che la nostra reazione è la cosa più importante, che può far cambiare le cose.

In realtà è proprio così.

Ricordandoci che mente e corpo lavorano costantemente insieme, cercando sempre l’equilibrio, questo è uno dei risultati in cui entrambe le parti si bilanciano.

Questo non significa che la mente può fare magie e far guarire da un tumore, per esempio, ma influenza la parte del sistema nervoso centrale sulla secrezione sia di ormoni, che di sostanze che coadiuvano il processo di guarigione.

Ad alcuni pazienti viene spontaneo reagire così, ad altri bisogna dare una mano per muoversi in questa prospettiva. Ma non con tutti si riesce, anche perché, oltre ad essere una reazione personale, dettata da tanti fattori, è anche una scelta personale.

A volte ci sono persone che si ritrovano a reagire in maniera positiva alla diagnosi grave e si sorprendono di loro stessi. E’ un po’ come quando ci troviamo “alle strette” e a quel punto non conduciamo più noi, ma è il nostro istinto di sopravvivenza o un atteggiamento che già fa parte di noi ma, per qualche motivo, non abbiamo mai utilizzato e fuoriesce spontaneamente. E’ quando ci stupiamo di noi stessi, quando abbiamo una visione di noi che è offuscata da abitudini, traumi emotivi, subiti durante gli eventi che la vita ci propone, a volte anche dalla comodità e dalla paura.

Purtroppo la comodità è nemica a volte, perché non ci permette di trovare la maniera di uscire da una situazione che conosciamo, ma che non ci fa bene. E’ associata alla paura di cambiare qualcosa che ancora, appunto, non conosciamo e decidiamo di rimanere dove siamo, senza migliorare la nostra vita.

Ma, come mi disse un medico con cui ho collaborato, il nostro cervello è più intelligente di noi.

La nostra reazione agli eventi della vita, soprattutto quelli negativi, in qualche maniera ci forgia e il cervello memorizza ogni processo che ha già compiuto e ci fornisce come prima soluzione quello che già ha attuato in passato. Ma questa è la prima soluzione. Sta a noi decidere come reagire e creare un nuovo circuito. Il nostro cervello è sempre pronto a immagazzinare nuovi input e processi.

Al contrario vedo pazienti che, dopo una diagnosi grave, cominciano a chiudersi in sé stessi, diradano i contatti sociali, non coltivano i loro interessi, si lasciano vivere dalla diagnosi. Ma non dimentichiamo che si tratta di una diagnosi, non di una condanna a morte, anche nei casi di patologie gravi, diagnosticate con un certo tempismo. E non sto parlando di pazienti con diagnosi nefaste.

Io non ho pazienti con la gravità di patologie, che potrebbe avere un’oncologa.

Ad aggiungersi c’è anche la visione del malato nella società. Chi ha, per esempio, una diagnosi di neoplasia o carcinoma, viene spesso visto come un morto che cammina. La morte la incontriamo tutti, nessuno di noi è esente.

Anche riferendosi a dolori meno gravi di un tumore o di alcune tipologie di patologie gravi, ogni nostro dolore deve essere percepito non come qualcosa che sormonta la nostra vita in quel momento.

Questi pazienti li ritrovo che non vedono vie d’uscita, si sentono come se ormai la loro vita non potrà che essere determinata dal dolore cronico.

La nostra mente, se reagiamo in questo modo, non farà che avvalorare quanto deciso e lo riverserà sul corpo. Si creerà una sorta di circolo  e l’efficacia dei trattamenti sarà filtrata dalla sicurezza di non poterne uscire.

Ai miei pazienti spiego sempre che è importante che certi atteggiamenti mentali si trasformino, per far sì che l’efficacia del trattamento sia più alta. Questo comporta far capire alla persona che un atteggiamento propositivo, in cui ci si mette al centro della propria vita, evitando di mettere in questa posizione il dolore o la patologia, è un passo da fare per migliorare.

Ritengo sia necessario che ogni persona dia importanza alla propria vita e il dolore fisico non influenzi in maniera totalizzante il resto della sua giornata, le sue scelte, le sue rinunce, le sue relazioni. A volte è necessario modificare le abitudini giornaliere per non incorrere in un dolore costante. E’ faticoso, a volte lo facciamo di malavoglia, ma è fondamentale capire questo legame tra mente e corpo e cercare di sentirlo profondamente e farcisi guidare. Noi non siamo un colon irritabile, un’ulcera duodenale o una cervicobrachialgia data da un’ernia. Noi siamo persone e il dolore e la malattia sono solo un aspetto di noi. Non dobbiamo essere noi per primi a implodere sul nostro dolore o sulla nostra patologia.

Quindi non entriamo in guerra con la nostra patologia o il nostro dolore, ma non diamole nemmeno tutta l’importanza che solitamente ho visto fare da alcuni pazienti. Manteniamo come centro della nostra vita, in ogni momento, sempre noi stessi, con le nostre preferenze, le nostre passioni, i nostri interessi e la consapevolezza che un atteggiamento propositivo aiuta tantissimo, non solo noi, ma anche le persone che abbiamo intorno e con cui ci relazioniamo.

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