La musica ha tutta l’umanità

La musica ha tutta l’umanità

“La musica è un bisogno primario dell’uomo. E va trattata come tale”. Il direttore d’orchestra Ezio Bosso ci ha salutato con queste parole, lasciandole risuonare nell’aria di questa contemporaneità all’apparenza senza senso, ma già germinativa di una nuova ricerca. Di fronte alla liquefazione del senso che la storia ha scritto finora, l’essere umano sta prendendo coscienza che ognuno è chiamato a un cambiamento profondo agendo la propria libertà da ritrovare dentro di sé. Questa libertà creativa che solo può restituire la convinzione che ognuno crea, ha il potere di creare il senso del proprio tempo che vive. La musica, come tutta l’arte, rimane una tensione umana di partecipazione, di aggregazione a immaginare nuove figure di stare nel mondo.

La musica ispira la nostra umanità e toccandola risponde a quel bisogno incoercibile a creare bellezza, perché la musica è espressione della creatività umana. L’essere umano ha trovato tra le necessità di stare al mondo, dal soffio all’interno di una conchiglia fino al tocco di corda di un violino, quella di trovare linguaggi che penetrino nella profondità della vita e trovare il senso delle cose. 

La musica, e l’arte in generale, rappresenta il sogno del vivere che si fa cura quando diventa libertà creativa di rinnovare il mondo nelle sue inquietudini e lacerazioni.

Fa visibile l’ispirazione a percorrere strade ancora non percorse, nell’arte come nella vita.

La musica non è solo un linguaggio che non conosce confini, essa diventa esperienza di trascendenza, nell’idea di “altro”, “dell’altro”.

La più incorporea tra le arti, la musica affina l’ascolto di ognuno e l’oggi, dominato dalla razionalità meccanicista della tecnica che volge i suoi orizzonti ai soli valori dell’efficienza e della produttività, può trovare in essa la portata del senso mancante alla persona.

Bisogna creare una cultura popolare, superando una visione “colta” dell’arte, affinché la musica ci aiuti a come ascoltare, cosa cogliere e tornare a chiederci cosa sappiamo fare nel quotidiano.

Riduce il confronto chi crede che parlare di musica in questi tempi sia irrilevante, altri i problemi drammatici che incombono, ma se viene meno l’esperienza di cosa sia  il bello, il vero e il giusto, il denaro diventa la misura di tutte le cose e non riusciremmo nell’urgenza di una nuova visione che aiuti questo nostro tempo e l’umano che lo abita.

L’arte conta e contribuisce a ridare respiro alla mancanza di riferimenti sociali: una risposta al desiderio di emersione delle caratteristiche umane come la comprensione, l’empatia, la collaborazione, in risposta a quanto l’individualismo ha sottratto.

Crea il superamento del conformismo perché, l’immaginazione che si fa comunicazione, fonda un atto che origina qualcos’altro, inedita scoperta, partecipazione al divenire della storia umana e, nel reale di oggi, sta attecchendo una nuova forma di conformismo: la paura della vicinanza con l’accettazione del distanziamento sociale, correndo il rischio della perdita della presenza vitale, che caratterizza ogni essere umano tra esseri umani.

Il diritto più profondo dell’essere umano è la qualità della vita, la sua felicità e l’arte, con i suoni, i colori, immagini, materia, contribuisce ad accordarsi coi livelli dell’essere che cercano il bene che sia un bene per tutti.

La musica nasce per la gente e della gente rimane patrimonio libero: di quel pathos e riflessione possibili per nuove visioni, non più rimandabili.

In quanto tale va restituita alla gente e nel momento epocale che stiamo vivendo il teatro, l’opera, la musica, la poesia, la letteratura devono tornare per strada, toccare la vita delle persone, nella varietà delle relazioni di cui abbiamo bisogno per un ricominciamento. Il loro posto non può essere colonizzato dalle promesse evanescenti e a senso unico di un pensiero egoico, dimentico di incanto, curiosità per la conoscenza.

L’arte è sempre stata portatrice di conoscenza nascente, suscitante l’abbandono di vecchie forme di identificazione e oggi può opporsi a quel pensiero meccanicista e concorrenziale che ci domina.

Così credeva il maestro Ezio Bosso, da poco scomparso, la cui esistenza ha dedicato ad allineare la vita a quelle forze più invisibili, quelle energie dinamiche della libertà creativa per proporre armonie musicali a beneficio di una società più rispettosa e accogliente di tutti, anche dei meno “riconosciuti”.

Così in una delle sue ultime interviste rilasciate a Rainews 24 afferma: "La musica sussurra e ci insegna la vita. Ci aiuta a essere umani”.(1)

Prima di uno dei suoi ultimi concerti, aveva espresso il suo dovere di riportare la musica nelle case degli italiani e aveva proposto di aprire le finestre, far risuonare la musica nell’aria facendola diventare un grande concerto per le strade. Niente di più profetico, al tempo del lockdown.

E proseguiva “Io sto cercando di fare le mie solite battaglie sorridenti con un cambio di lessico: un conto è il distanziamento di sicurezza, ma il distanziamento sociale è una brutta espressione. È pericoloso parlare di distanziamento sociale perché poi porta all’isolamento sociale e fa perdere l’umanità. Una delle nostre funzioni di uomini che si occupano degli altri è quella di dare sì delle regole, ma di ricordare a tutti che siamo nati per stare insieme, con i nostri dovuti momenti di solitudine”.

Secondo il Direttore d’orchestra, in questo momento di sospensione dei diritti, la musica rimane un bisogno “Come respirare, come l’acqua ed è questa una cosa da pensare tutti insieme”.

Bisogna continuare a viverla e stare bene, perché la musica cura l’immaginario di possibili scenari.

In un momento di evidente crisi a livello della vita personale e collettiva, politica, culturale e anche della stessa arte dobbiamo scoprirne alle radici la possibilità di una nuova evoluzione: in ogni fase di decadenza, vi è implicito il superamento che l’attraversa.

La musica, in un momento come questo, può educarci al rispetto, a superare le malattie di una società abbruttita da competizione sfrenata e disuguaglianze sempre più acute: “Il potere magico della musica è infinito, grazie a quella partitura che ci rende tutti uguali”.

Per il maestro Bosso il nostro Paese ha bisogno della musica come portatrice di una visione sempre dinamica, piena di speranza.

In questa fase epocale, il suo valore sociale contribuisce a sollecitare quei processi interiori che ci lasciano umani e la libertà sospesa, la libertà oggi attaccata, affiora come terreno sabbioso eternamente da nutrire.

Ma Dostoevskij ci arriva dritto allo stomaco, ricordandoci che l’uomo non vuole sentirselo dire che è libero, perché la libertà diventa nostra responsabilità e il senso di ciò che vorremo costruire è consegnato alle nostre mani.

Intervista rilasciata il 15 maggio 2020

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