Rivoluzione del pensiero per un nuovo inizio

Rivoluzione del pensiero per un nuovo inizio

L’arte, la letteratura, la poesia, sempre più sono state relegate nell’ombra della mente collettiva, per lasciare spazio a una visione tecnocratica dell’esistenza.

E’ necessario uno strappo conoscitivo contro la menzogna.

Il linguaggio economicista e concorrenziale ha invaso e sostituito ogni altra possibilità interpretativa della realtà, depotenziando possibili altri orientamenti.

Dobbiamo condurre la nostra attenzione su chi è l’uomo: un mero produttore e consumatore? Vive solo per mantenersi in vita, oppure è soggetto partecipante nella costruzione delle proprie tradizioni, dei propri patrimoni di beni e di bellezza, delle ricchezze di pensiero capaci di un progresso nella libertà, nell’uguaglianza, nella fiducia reciproca? 

La poesia muta il mondo?

 

Negli anni abbiamo assistito ad uno svuotamento della cultura, minacciando così uno dei cardini dello sviluppo della persona. In questo modello di società, l’incuria dimostrata soprattutto all’educazione e all’insegnamento scolastico per poi diffondersi in ogni ambito sociale, ha provocato il vuoto intorno al potere di incisione della conoscenza umanistica votata a far emergere liberamente quel pensiero che, costruendo se stesso, offre la consapevolezza all’uomo di se stesso e del suo posto in questo mondo.

L’arte, la letteratura, la poesia, sempre più sono state relegate nell’ombra della mente collettiva, per lasciare spazio a una visione tecnocratica dell’esistenza.

Come conseguenze, vi è stato un impoverimento del pensiero nel decifrare l’accadere degli eventi, estromettendo l’esperienza della precarietà e della vulnerabilità che caratterizza l’essere umani e conducendo così ad un affievolimento della forza creativa nel trovare risposte alla sofferenza umana.

Oggi più che mai, facciamo i conti con lo sfilacciamento dei valori sulla quale la nostra civiltà si è costruita perché perduti: la trama di questi significati è stata rimossa per fare spazio a una conoscenza che sempre meno corrisponde al vero sviluppo della persona umana e alla realizzazione della sua pienezza, lasciando così soluzioni di continuità all’unico modello interpretativo imposto, che oggi riconosciamo in tutta la sua portata.

Questo smarrimento di prospettiva, di visione, che avvertiamo di fronte al crollo delle nostre certezze sociali e individuali, deriva dalla mancanza di strumenti conoscitivi e dall’ignoranza che è stata imposta per rendere più docili e inconsapevoli di fronte ai cambiamenti epocali, i quali si ripropongono ciclicamente.  

La cultura economicista e concorrenziale ha invaso e sostituito ogni altra possibilità interpretativa della realtà, depotenziando possibili altri orientamenti e in questa fase storica è pericoloso avere chiavi di lettura riduzioniste.

Possiamo accettare questa crisi epocale come la fine di tutto oppure, penetrare nei suoi meccanismi, conoscerli e, attraverso un cambiamento di pensiero, tendere al loro superamento.

In questa critica è possibile che la letteratura e la poesia possano contribuire a ridare forza a quelle dimensioni mentali e spirituali alle quali storicamente parlano?

Vi è una riflessione, ora, da porsi: in questo momento di crisi economica mondiale, laddove non vi è la possibilità di soddisfare neanche i bisogni primari, come credere che la cultura possa aiutarci?

E ancora, di fronte a un bombardamento mediatico di tale portata pervasiva e utilizzato per infondere paura e terrore, come destare una nuova consapevolezza che ci garantisca comprensione e approfondimento di fronte a ciò che viene definito oramai “resettamento” di ogni ambito della vita, così come l’abbiamo conosciuta?

Nuove chiavi di lettura devono imporsi, per poter rispondere alle inquietudini e una indagine va condotta sul mutamento in atto come prodotto di una dissoluzione di quelle facoltà squisitamente umane che ci rendono liberi nel determinare il nostro destino.

Riconquistando spazi interiori e collettivi di conoscenza e riflessione, svincolati dal solo pensiero scientista come storia ufficiale e quindi esatta, possiamo fecondare una nuova educazione al pensiero,

proteggendola dall’insignificanza. É come un imperativo etico che richiama a riscoprire quel patrimonio autentico non più trasmesso per dare vita ad una saggezza nascente, che ci direzioni verso quelle trasformazioni necessarie a trovare soluzioni sociali e individuali.

Dobbiamo condurre la nostra attenzione su chi è l’uomo: un mero produttore e consumatore? Vive solo per mantenersi in vita, oppure è soggetto partecipante nella costruzione delle proprie tradizioni, dei propri patrimoni di beni e di bellezza, delle ricchezze di pensiero capaci di costruire un mondo più giusto, più prospero, più saggio? 

La direzione distruttiva di questo modello di sviluppo è l’unica possibile?

L’omologazione della cultura nella società dei consumi, sradica ogni spazio identitario e dell’immaginario: il pensiero unico deve circolare come unico possibile, mortificando ogni differenza e funzione critica.

Liberandosi dai legacci del mercato della vendita e delle lobby della critica, la cultura può tornare a interpretare il dramma dell’essere umano e con ciò rimettere “in circolo” potere riflessivo e creativo.

La cultura concepita come patrimonio di pensiero che spazia trasversalmente in ogni dimensione dell’umano è espressione della parola rimossa che torna a porre domande, interroga e ci fa interrogare sulla vita e, con continuità, approda a un cambio di logica, a cominciare dalla concezione della realtà, ponendo l’attenzione sulla centralità dell’uomo e le sue scelte. 

In questa riflessione mi focalizzo sul patrimonio della letteratura e della poesia come vettori di una consapevolezza più elevata, capaci di esprimere e sollecitare un cambiamento di paradigma nella società contemporanea, ma non per questo rimuove l’urgenza vitale di una riscoperta del pensiero filosofico e quello sapienziale, o spirituale, di fede non per forza riconosciuto in un movimento religioso costituito per rendere esperienza epifanica la nuova umanità. 

Allora diventa necessario chiedersi se vi è nell’eredità della letteratura e della poesia la possibilità di rispondere ai perché esistenziali, perché siamo su questo pianeta e cos’è la libertà di compiere una rivoluzione del pensiero. 

Nel libro “Letteratura come utopia”(1) , l’autrice Ingeborg Bachman asserisce che l’arte non conosce progressi lineari ma sempre impennate verticali, restituendo l’esperienza del mutamento che ci educa a nuove percezioni, a nuovi sentimenti, a una nuova consapevolezza.

“Ogni qualvolta coglie una nuova possibilità, l’arte dà anche a noi la possibilità di capire dove siamo o dove dovremmo essere, quale sia il nostro stato e quale dovrebbe essere. Infatti i suoi progetti non nascono nel vuoto”.

Uno degli ambiti della sua riflessione si concentra su quanto la poesia abbia, nei secoli, rappresentato l’epoca nella quale nasceva e presentava qualcosa per cui il tempo non era ancora venuto, trasformandosi in ispirazione per la comparsa di ulteriori scintille di pensiero.

Bachman, pone l’interrogativo a un mondo in cui le persone sono cadute in una forma di letargo del tempo in cui vivono e del suo dolore.

“Solo la massima serietà e la lotta contro l’abuso delle grandi e originarie esperienze di dolore potrebbero aiutarci a risvegliare il pubblico dal letargo in cui è caduta la sua fantasia.

- Il popolo ha bisogno di poesia come il pane-: questa frase commovente, certo nient’altro che espressione di un desiderio, è stata scritta da Simone Weil.

[..] Poesia come pane? Un pane che dovrebbe stridere tra i denti come sabbia, e risvegliare la fame piuttosto che placarla. Una poesia che dovrà essere affilata di conoscenza e amara di nostalgia se vorrà scuotere l’uomo dal suo sonno. Dormiamo, infatti, dormiamo per paura di dover percepire il mondo intorno a noi”.

Il primo capitolo del libro, si conclude con un affondo nei riguardi dello sguardo miope che impedisce ogni possibile scambio con la società, cementando in una sola dimensione la responsabilità della poesia e rinnegando così la sua funzione contributiva all’evoluzione della stessa società.

“Allo stato attuale delle cose, noi, a furia di consensi, siamo ormai arrivati al punto che Hermann Broch* ha stigmatizzato con una frase irosa. Ma tant’è vuol dire che ci siamo arrivati – La morale è morale, gli affari sono affari, la guerra è guerra e l’arte è arte-.

[…] Se i poeti l’accettano e la sostengono con superficialità e con la chiara intenzione di distruggere quella comunicazione con la società che è sempre in pericolo e quindi sempre da ricostruire, e se a sua volta la società si sottrae alla poesia quando i suoi contenuti diventano seri e scomodi e intendono cambiare le cose, allora vuol dire che stiamo dichiarando fallimento.

[…] Sotto questi pessimi auspici noi tutti non avremmo più niente da pretendere gli uni dagli altri. Né l’arte dagli uomini, né gli uomini dall’arte. E non avremmo più bisogno di porre domande.

Ma noi poniamole invece. E facciamolo in modo che esse riacquistino in futuro un carattere vincolante”.

(1)Letteratura come utopia, Ingeborg Bachman, 1993, Adelphi

*Hermann Broch (Vienna, 1º novembre 1886 – New Haven, 30 maggio 1951) è stato uno scrittore e drammaturgo austriaco naturalizzato statunitense.

       

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