Teatro è salute (prima puntata)

Fulvia Roggero - Attrice e regista

In Italia e nel mondo il vasto popolo dei teatranti, oltre che essersi trovati nell’impossibilità di svolgere il proprio lavoro, con tutti i problemi connessi di sopravvivenza, in questo periodo continuano a interrogarsi a lungo sul senso e sull’urgenza di quest’arte e della sua necessarietà nella società di oggi.

Possiamo primariamente definire il teatro come un fenomeno storico.

Esso è sempre esistito presso tutti i popoli e probabilmente esisterà anche in futuro, attraverso forme e modalità differenti.

In sintesi si può concordare sul concetto che il teatro è quell’evento dove ci sia almeno una persona che agisca dal vivo in uno spazio scenico e un’altra che lo osserva, una sorta di piano di simultaneità che si concretizza nel rapporto tra i due, ovvero attore e spettatore.

Il teatro è  multiforme, una commistione di arti che coinvolgono il corpo, la voce, l’emozione, l’immedesimazione. Possiamo perciò chiamare teatro moltissimi generi di esibizione: la prosa, l’opera lirica, il circo, il teatro di strada, lo spogliarello e molte altre performances multidisciplinari.

Nella nostra storia attuale, nella nostra contemporaneità, i teatri sono chiusi da un anno.

Non accadeva un fatto del genere dal 1660 circa, in Inghilterra, anno della Grande Peste. Anche la nostra è stata una serrata repentina senza appello.

Per affrontare l’argomento occorre ricordare come nasce quest’antica pratica, dagli albori dell’umanità.  Nella Grecia antichissima il teatro nasce dai riti religiosi primitivi e propiziatori per le divinità, che assunsero nel tempo carattere di spettacolarità, fino a staccarsene nel corso dei secoli e diventare un’espressione più prettamente  “artistica”.

Il teatro ha poi accompagnato l’uomo nella storia, acquisendo modi e forme complesse e diversificate nelle varie civiltà ed epoche; è una funzione archetipica dell’umanità, che si declina in forme differenti, ma è sempre presente e risponde al bisogno dell’uomo di immaginazione, immedesimazione, estraniazione, esperienza.

Il teatro è un momento vivo di relazione profonda tra chi lo realizza e chi ne fruisce, al di là di ogni cornice “borghese”, che spesso lo classifica e lo semplifica come evento “mondano”.

Il teatro oggi non è solo vestirsi bene, uscire la sera, acquistare un biglietto e occupare una poltrona di velluto.

Fortunatamente, il teatro ha esteso le sue propaggini in molti settori della società, proponendosi come linguaggio e come esperienza formativa. Pertanto oggi troviamo esperienze di teatro nelle scuole, nelle carceri, nelle aziende, nei circoli ricreativi, nei quartieri, nelle comunità terapeutiche, negli ospedali.

E’ un teatro agito, più che visto. Un teatro in prima persona, un teatro partecipato, educativo e sociale. Un teatro necessario a sciogliere rapporti e ruoli, a ridefinire socialmente una realtà.  Il suo fluido permane nelle nostre comunità e ne diventa paradigma.

Nella nostra lingua italiana la parola “recitare” è distinta dalla parola “giocare”, mentre in altre lingue, per esempio il francese “Jouer”,  il romeno “joaca”,  l'inglese “play”, la parola significa contemporaneamente sia giocare, che recitare.

Questo ci riporta all’essenza del linguaggio del teatro: il teatro è primariamente gioco.

I bambini lo sanno molto bene e in modo naturale, con il “fare finta che....” è un meccanismo che essi usano per stabilire il  loro rapporto di conoscenza con il mondo esterno. 

Spesso, nei giochi, un pezzo di carta può diventare un uccello, o un aereo, come un pezzo di legno può diventare una torta ed è questa la sua natura intrinseca, il suo potenziale di elaborazione e trasformazione della realtà.

Il teatro quindi può farci ritornare bambini, a quel momento preciso in cui tutto poteva essere immaginato, agito, creato in modo credibile, fantasticato, inventato. Quel momento in cui la nostra natura era curiosa e in grado di meravigliarsi, dove la nostra innocenza era piena di colori.

Poi crescendo, ci hanno insegnato a vivere nelle convenzioni sociali, legittime in una società civile, ma castranti per il nostro spirito libero originario. Ed è per questo che il linguaggio del teatro ci è necessario, come spettatori, o come partecipanti a un laboratorio, o come attori in prima persona. È una cura per l’essenza dell’essere umano, un balsamo in ogni sua manifestazione.

Tornando all’antica Grecia, possiamo vedere che a un certo punto il teatro diventa addirittura il fulcro della vita sociale e culturale della polis stessa, mettendo in scena storie legate al Mito e diventando così punto di incontro per la cittadinanza.

Aristotele scrisse nella Poetica che “la tragedia è l’imitazione di un’azione seria e compiuta in se stessa, di una certa estensione, in un linguaggio adorno di vari abbellimenti, applicati ciascuno a suo luogo nelle parti diverse, rappresentata da personaggi che agiscono e non narrata, la quale, mediante una serie di casi, che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni”.

Lo spettatore, viveva pertanto la cosiddetta ‘catarsi’, una sorta di purificazione: rifletteva sul senso della vita e della morte, sul rapporto tra il bene e il male, sul destino individuale e collettivo. Anche oggi, in ogni caso la funzione del teatro è questa: riflettere su temi universali, contemporanei ed eterni.

Auspichiamo perciò che i teatri, e tutti i luoghi dove si esercita una pratica scenica, possano riaprire al più presto, per continuare a svolgere la loro millenaria funzione benefica, nel loro essere vivai di cultura e bellezza, in una società sempre più complessa, contraddittoria, in cui vivere richiede strumenti efficaci di elaborazione, identità, crescita.

IL TEATRO È, E SARÀ SEMPRE, UNA CURA

 

Bibliografia

G. R Morteo - Ipotesi sulla nozione di Teatro

Silvio D'Amico - Storia del Teatro

Antonin Artaud - Il Teatro e il suo Doppio

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