Intervista a Miranda Ralli Psicologa Psicoterapeuta

Intervista a Miranda Ralli Psicologa Psicoterapeuta

La dott.ssa Miranda Ralli, intervistata da Brunella Bessi, sottolinea l’importanza di cercare e valorizzare le risorse nei suoi pazienti, per aiutarli a tirare fuori il coraggio nell’affrontare gli eventi della vita.  La proposta è quella di ricostruire la fiducia reciproca e di cercare il cambiamento, affrontando spesso le paure e i blocchi che ci impediscono di trasformarci. Spesso si tratta proprio di integrare parti diverse della propria storia e della personalità che sono rimaste divise, dissociate e pertanto sconosciute.

 

1) Quali sono state le esperienze e la formazione che l’hanno portata alla sua carriera di Psicologa e Terapeuta?                                                                                  

La mia prima esperienza umana fondamentale fu quella di entrare nell’ex Ospedale psichiatrico di Arezzo, per trovare mio cugino ricoverato, quando avevo circa 18 anni. Ricordo curiosità, stupore, lo sguardo su tanta sofferenza. Per me fu, però, come l’apertura su un mondo sconosciuto: volevo capire la follia e così cominciai a fare attività di volontariato in quel luogo “orribile”. Ma ogni volta che uscivo fuori mi sentivo più ricca emotivamente, più fortunata e desiderosa di aiutarli tutti. Da lì ho pensato che avrei studiato psicologia. Anche se poi concretamente l’ho fatto un po’ di anni più tardi, perché  mi ero incanalata nella strada dell’insegnamento, in quanto avevo studiato Lettere moderne all’Università. Poi negli anni è cresciuta la voglia di aprire altre “porte” e vedere altri muri: studio-tirocinio a Berlino e poi lavoro, in quella città interessantissima, per qualche anno in una comunità terapeutica. Successivamente altri percorsi formativi e lavorativi: psicodramma, ipnosi, terapia familiare ed attività con tossicodipendenti, migranti e rifugiati politici, mentre svolgevo contemporaneamente attività di psicoterapia individuale. Negli ultimi anni il bagaglio di formazione si è arricchito con l'EMDR (approccio che aiuta a rielaborare i traumi psichici) e la Mindfulness, nella ricerca della consapevolezza dell’unità corpo-mente e del rilassamento, nei confronti di vari tipi di stress.

2) Di cosa si è occupata e di cosa si sta occupando, quale pensiero ha seguito, che l’ha maggiormente ispirata per sviluppare il suo rapporto terapeutico con le persone?

Mi sono occupata per molti anni di disagio giovanile ed in particolare di comunità per tossicodipendenti, anche perché la mia tesi di laurea in psicologia era proprio incentrata sul confronto fra programmi terapeutici in Italia e negli Stati Uniti, dopo aver visitato lì alcune comunità. In seguito ho sentito il bisogno di “disintossicarmi” da quell’attività, che mi coinvolgeva molto dal punto di vista emotivo e c’è stata l’apertura al ‘mondo’ e alle altre culture. Da lì è partito il lavoro che faccio attualmente in un Centro per migranti. A questo si è unita la curiosità per le lingue, le culture, le esperienze e le storie di altri Paesi. Durante gli anni si sono intrecciate esperienze nel campo delle adozioni internazionali, con visite ad orfanotrofi in Africa. L’orientamento ed il pensiero dominante che ho seguito in questi anni è stato: l’evolversi del disagio sociale e quindi individuale, ad es. i giovani che fanno fatica a trovare la loro strada, la lotta contro i pregiudizi e le forme di nuovo razzismo oggi, il sostegno psicologico alle forme attuali di stress legate alla pandemia. Nel rapporto terapeutico individuale sono alla continua ricerca e valorizzazione delle risorse, del coraggio che l’individuo ha nell’affrontare gli eventi della vita, anche se il primo intento è quello di alleviare la sofferenza. Spesso chi si rivolge allo psicologo cerca di ridurre/eliminare i sintomi del malessere, poi la ricerca comune è quella di trovare i motivi nella propria storia presente/passata che hanno lasciato i segni e non permettono di vivere bene il presente. La proposta è quella di costruire la fiducia reciproca e di cercare il cambiamento, affrontando spesso le paure ed i blocchi che ci impediscono di trasformarci. Spesso si tratta proprio di integrare parti diverse della propria storia e della personalità che sono rimaste divise, dissociate e pertanto sconosciute.

3) Secondo lei, qual è oggi la sfida che sta affrontando con le persone che si rivolgono a lei, quali sono le richieste d’aiuto di fronte a una realtà che crea confusione e inquietudine sempre maggiori rispetto al futuro, anche in relazione al bombardamento continuo di messaggi mediatici imperniati sulla paura?

 La sfida di oggi per me è quella di sviluppare un pensiero critico nei confronti della società e verso noi stessi, sempre più bombardati da mass-media, social network, forme di propaganda, che spesso ottundono e appiattiscono il cervello. E qui una strada importante è il contatto con la nostra interiorità e con quella dell’altro. La centralità per me è conservare oggi l’aspetto umano che ci lega, condividere esperienze di sofferenza e di gioia, aprendoci ogni giorno alla bellezza del mondo e della natura. Anche la pandemia oggi ci insegna quanto siamo fragili, come stiamo distruggendo la natura che ci sostenta e quanto occorre sviluppare la consapevolezza di essere parte del tutto. Questo soprattutto attraverso l'attenzione alle piccole cose: le sensazioni, le intuizioni, i colori e le immagini di bellezza che ci circondano. Questo è un aiuto che viene anche dalla ‘mindfulness’, l’approccio che io sto seguendo ultimamente per trovare un equilibrio bio-psico-fisico , che può aiutare a star meglio. La conoscenza psicologica di sé ci permette infatti di incanalare in modo costruttivo le nostre energie e combattere ogni forma di violenza, aggressione, pregiudizio nei confronti del ‘diverso’ che oggi si nota nelle famiglie, nella scuola, nei luoghi del divertimento. Insieme a questo va rafforzato l’impegno sociale e soprattutto quello ambientale, oggi sempre più centrale per la nostra sopravvivenza.

4) Che tipo di prospettive si aprono, a partire dalla realtà e da queste contingenze con cui attualmente ci stiamo confrontando, per un equilibrio psico-fisico nel prossimo futuro?

Per quanto riguarda la  prospettiva, secondo me è importante mantenere fiducia ed impegno per il cambiamento individuale e sociale. Sapere che è possibile migliorarsi nell’incontro con l’altro e questo coinvolge il livello fisico, psichico ed umano in genere. Oggi sento che è importante rafforzare il rispetto reciproco, tanto più in tempi critici di pandemia. Riscoprire ogni giorno che da soli non andiamo da nessuna parte e che abbiamo sempre bisogno dell’altro. Ciò significa comprendere che l’altro è sempre il nostro ‘specchio’ psicologico, che ci fa vedere ciò che ci piace di noi, ma anche ciò che non vediamo o non ci piace. La sfida del virus è legata al fatto che ci ha fatto vedere la nostra profonda vulnerabilità e le nostre paure. Ma queste paure e incertezze oggi possono sopraffarci e portarci a chiuderci sempre più in noi stessi, aspettando l’ora x della fine, oppure scoprire la responsabilità di ognuno e capire che, cambiando i nostri stili di vita, possiamo tutti vivere meglio e costruire una società più giusta.

                                                        

 

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