Dialogo interiore con Giuseppe Mazzini

Dialogo interiore con Giuseppe Mazzini

L’autore, a partire dalla lettura de: “I doveri dell’uomo”, che lo stesso Giuseppe Mazzini, definisce un atto d’amore rivolto agli operai italiani e alle donne del suo tempo, immagina di intrattenere un dialogo con lui, per comprendere profondamente le motivazioni che lo hanno spinto a continuare a perseguire i suoi ideali, nonostante le persecuzioni che ha dovuto affrontare.

 

Perché nel momento storico che stiamo vivendo è importante fermarsi e riflettere su chi siamo profondamente noi italiani e chi è stato l’artefice di tutto: Giuseppe Mazzini?.

Giuseppe Mazzini non può e non deve essere definito un intellettuale marginale del Risorgimento Italiano, ma il Padre del Popolo Italiano, che ha sempre amato e sostenuto, prendendo per mano gli ultimi (uomini, donne, bambini, italiani), infondendo coraggio e speranza, affinché ognuno di loro potesse vivere dignitosamente e felicemente nel nostro meraviglioso Paese.

Così, come un Padre che ama i propri figli, non dissimulando l’amore che prova per loro, scrive “ I doveri dell’uomo”, un atto d’amore rivolto agli operai italiani e le donne del suo tempo, manifestando un sentimento profondo nei loro confronti e rivolgendo parole dolci e sentite a tutte quelle persone, che tanto subirono il giogo dei potenti politici austro-ungarici.

Questo dialogo interiore, che ho intrapreso con lui, rappresenta una forma di manifestazione di pietà filiale, mossa dall’imperativo morale di riscoprire e riappropriarci della nostra italianità.

Giuseppe, chiamato affettuosamente Pippo da sua mamma e dalle sue sorelle, noi italiani lo abbiamo dimenticato, abbiamo dimenticato il nostro Padre, smarrendo noi stessi, facendoci confondere dalle nuove classi dirigenti capitalistiche, che perseguono materialismo, relativismo, per soggiogare il nostro Popolo e non solo.

Questo è quello che stiamo vivendo ora ed è curioso osservare quanto le dinamiche sociali, affrontate da Mazzini nel suo tempo, siano molto simili a quelle dei nostri tempi.

Le sue parole mi hanno colpito così nel profondo, che ho deciso di intraprendere un dialogo con lui, interrogandolo, con il desiderio di comprendere la vera essenza della sua vita e le motivazioni che lo hanno spinto a sopportare tanti patimenti, per la difesa del suo ideale.

 

Perché hai voluto scrivere questa lettera?

“ Ho dedicato questa mia ultima opera “I doveri dell’uomo”, nella quale ho accennato i principi in nome e in virtù dei quali voi compirete, volendo, la vostra missione in Italia: missione di progresso repubblicano per tutti e emancipazione per voi.”

Hai scritto questa lettera ben sapendo che la maggior parte degli italiani del tuo tempo non sapeva né leggere e né scrivere. Allora perché ostinarsi a farlo?

“Ben conscio del grado di analfabetismo diffuso nella nostra Italia, rivolsi un appello a coloro che, per circostanze favorevoli o per proprie inclinazioni, potevano leggerlo e comprenderlo, per poterlo spiegare e commentare, con l’amore con il quale io scrivevo, pensando ai vostri dolori, alle vostre aspirazioni, alla nuova vita che, superata l’ineguaglianza sociale, potrete infondere alla Patria Italiana.”

Dove nacque l’amore per l’altro, l’ultimo, il represso? Avevi tutto, potevi vivere una vita agiata ... potevi aspirare ad essere un grande medico o un avvocato, senza incorrere in tradimenti, persecuzioni ed esili. Aiutami a comprendere questo tuo sentimento.

“Non avere fretta amico mio, ora ti spiegherò.

Sin dai miei primi anni, fu la mia dolce mamma, Maria Drago, che m’insegno a guardare l’uomo, non il suo stato sociale, il ricco o il potente di turno.

Mentre papà Giacomo mi insegnò ad ammirare, più che le persone boriose della loro mezza sapienza, la silenziosa inavvertita virtù di sacrificio degli ultimi e degli oppressi. Imparai dalla storia ad apprendere la  capacità di resilienza del Popolo Italiano all’urto di razze diverse (invasioni), alle passeggere usurpazioni e conquiste e in questo vidi la grande unità democratica nazionale. Ultimati gli studi universitari, decisi di mettermi al servizio del Popolo Italiano”.

Quello che mi ha sempre colpito di te, Giuseppe, è il tuo spirito indomito, la tua caparbietà, che ti ha spinto  a dare la tua vita per questo ideale. Io mi sarei ritirato alla prima persecuzione, ma tu no, hai continuato, pur sapendo che quello in cui credevi era arduo e impossibile da realizzare.

“Oltre all’amore ereditato dalla famiglia, ebbi la fortuna di studiare Dante, un grande italiano che prese per mano la gente del suo tempo e mise anche lui le sue capacità al servizio degli ultimi e degli oppressi. Divenne il mio maestro spirituale. C’è una lettura in particolare che segnò profondamente e per sempre la mia vita. Mentre studiavo il Convivio di Dante lessi questa frase: “I pochi che siedono alla mensa dove si mangia il pane degli angeli, si dolgono di coloro che sono costretti a nutrirsi di pasti bestiali e porgono ad essi la loro ricchezza?”.  Fu proprio la lettura di questo passo che mi indicò la via da intraprendere per guidare il mio Popolo verso un futuro di libertà, uguaglianza e giustizia sociale.

Molti miei compagni, che intrapresero con me questo cammino, mi tradirono sin dall’inizio, perché il loro scopo era quello di perseguire un proprio tornaconto personale, abbandonando gli ultimi.”

Ma perché ti ostini a parlare sempre di loro? Non potevi lasciare che altri del tuo tempo se ne occupassero? Guarda quello che hai dovuto affrontare!

“Percepisco molta rabbia in te Alessandro. Calma il tuo animo iroso e ascoltami. Se avessi fatto il sentimento dell’egoismo la mia ragione di vita, non avrei potuto portare avanti questa lotta. Vi era in me una Legge morale, che mi parlava sempre, non potevo ignorarla. Secondo te, come potevo condurre una vita felice se tutti intorno a me stavano affrontando immani sofferenze e soprusi, solo perché non avevano le condizioni economiche adeguate a consentire il cambiamento della loro condizione e del loro ambiente?

Iniziai a denunciare apertamente quello che stavamo vivendo tutti in Italia, ricchi e poveri, me compreso. Vidi che la Patria, la Patria Una, d’eguali e liberi, non si sarebbe mai realizzata, se non avessimo iniziato ad unirci noi per primi, come popolo, senza far riferimento a vecchi regimi del passato, come la Monarchia e né, tanto meno, allo straniero in casa nostra.

Bisognava affrontare la questione dei salari degli operai italiani e diventare, a poco a poco,  con la libera associazione, padroni del lavoro e del suolo dei capitali d’Italia, prima che il socialismo delle sette francesi venisse a intorpidire la questione e lo dissi prontamente.

Vidi che l’Italia, così come le anime nostre la presentano, non sarebbe stata possibile se non quando la Legge Morale, riconosciuta superiore rispetto a  quelli che si collocano come intermediari tra Dio e il Popolo, avrebbe fatto riconoscere la base di ogni autorità tirannica del Papato e lo dichiarai con forza.

L’amore per tutti voi, miei cari fratelli italiani e italiane, non venne mai meno, anche quando mi vennero rivolte pazze accuse, calunnie e derisioni, mai tradii voi e la causa vostra, né disertai la bandiera dell’avvenire e la mia convinzione di realizzare un’Italia unita e felice!”

Perché ti sei ostinato a continuare a perseguire il tuo ideale, affrontando l’esilio e la condanna a morte. Sei stato perseguitato dalla polizia di tutta Europa e nonostante tutto hai perseverato nel realizzare il tuo ideale.

“Non ho mai avuto la pretesa di essere capito. Vedevo la mia gente soffrire per la loro condizione esistenziale. Non potevo assolutamente evitare di fare qualcosa, dovevo agire, non potevo stare a guardare. Volevo condividere tutto con il mio meraviglioso popolo italiano. Pensa che, per tutta la mia vita, le mie vesti sono sempre state nere, per testimoniare la mia vicinanza e solidarietà al mio amato popolo italiano.

Anche quando lo stesso popolo mi girò le spalle, andando dietro ad insegnamenti d’uomini più che credenti, idolatri, quando mi abbandonò per chi, dopo aver trafficato sul vostro sangue, torceva il suo sguardo da voi, la vigorosa sincera stretta di mano d’alcuni dei migliori tra voi, figlie e figli del popolo, mi consolò dell’abbandono altrui e di molte acerbissime delusioni, versate sull’anima mia da uomini ch’io pure amava e che avevano professato d’amarmi. M’avanzano pochi anni di vita, ma il patto stretto di quei pochi con me non sarà violato, per cosa che avvenga sino al mio ultimo giorno e forse mi sopravvivrà.”

Grazie Giuseppe per aver dissipato ogni mio dubbio, legato al mio egoismo e al mio tornaconto personale. La via della fiducia e della perseveranza sono le “ armi”  per cambiare la nostra condizione interiore e sociale. Per anni ti abbiamo dimenticato. Per anni abbiamo ignorato la tua voce, ascoltando quella del consumismo e del mero profitto, ma il tuo amore smisurato per noi italiani e per il futuro ha resistito sino ad ora.

“Amico mio pensate a me, com’io penso a voi. Affratelliamoci nell’affetto della Patria. In voi segnatamente sta l’elemento del suo avvenire. Ma questo avvenire della Patria e vostro, voi non lo fonderete se non liberandovi da due piaghe che oggi purtroppo, spero per breve tempo, contaminano le classi più agiate e minacciano di sviare il progresso italiano: il Macchiavellismo e il Materialismo. Il primo, travestimento meschino della scienza d’un grande infelice, v’allontana dall’amore e dall’adorazione schietta e lealmente audace della Verità. Il secondo vi trascina inevitabilmente, col culto degli interessi, all’egoismo ed all’anarchia. 

Voi dovete adorar Dio, per sottrarvi all’arbitrio e alla prepotenza degli uomini. E nella guerra che si combatte nel mondo tra il Bene e il Male, dovete dare il vostro nome alla Bandiera del Bene e avversare senza tregua il Male, respingendo ogni dubbia insegna, ogni transazione codarda, ogni ipocrisia di capi , che cercano di maneggiarsi fra i due; sulla via del primo, voi m’avrete, finch’io viva, compagno. E perché quelle due Menzogne vi sono spesso affacciate con apparenze seduttrici e con un fascino di speranze, che solo il culto di Dio e della Verità può tradurre in fatti per voi, ho creduto debito di scrivere, a premunirvi, questo libretto.

Io v’amo troppo per adulare le vostre passioni o accarezzare i sogni dorati, coi quali altri tentano di ottenere favori da voi. La mia voce può apparirvi severa e troppo insistente, a insegnarvi la necessità del sacrificio, della virtù per altrui. Ma io so, che voi, buoni e non guasti da una falsa scienza o dalla ricchezza, intenderete fra breve, che ogni vostro diritto non può essere frutto che d’un dovere compito.

Addio, abbiatemi ora e sempre vostro fratello”.

Giuseppe Mazzini

Aprile 23 1860

Bibliografia 

Giuseppe Mazzini “Doveri dell’uomo” a cura di Massimo Scioscioli 

I Edizione febbraio 2011

Editori Riuniti University press, pag. 73, 74,75

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