Il vincitore è un sognatore che non si è mai arreso: Nelson Mandela

Il vincitore è un sognatore che non si è mai arreso: Nelson Mandela

Cosa spinge un uomo a lottare per tutta la sua esistenza decidendo di dare la vita per difendere i propri ideali senza scendere a compromessi? Che cosa significa concretamente la parola resilien-za? Saremmo disposti a sopportare tutto questo? Per rispondere a tutto ciò ecco a voi l'incredibile sto-ria umana di un grande protagonista del XX Secolo: Nelson Mandela.

 

Il 1963 fu per Mandela l’anno in cui la sua vita cambiò per sempre. Il processo Rivoria, tenutosi a Pretoria, dove venne condannato insieme ai suoi compagni, non solo fu un’occasione irripetibile per contrastare l’apartheid, ma fu anche il momento in cui la comunità internazionale prese coscienza del dramma umano, che da anni stava devastando il Sud Africa.

Rivoria era la cascina utilizzata dai componenti del partito di resistenza del Sud Africa e dove la polizia trovò materiale esplosivo per far saltare i tralicci della corrente elettrica. Il piano fu sventato dalla retata che sequestrò il materiale e  i componenti della ANC (African National Congress, ANC), tra cui Nelson Mandela.

Il processo ai dieci componenti doveva stabilire la condanna a morte, attraverso impiccagione. I dieci imputati si assunsero la piena responsabilità delle loro azioni, senza coinvolgere nel processo altre persone, ribadendo che tale atto era contro a cose e non a persone, ma il loro gesto era la risposta esasperata ai soprusi perpetrati dallo Stato.

Il discorso di Mandela passò alla storia. Il verdetto della Giuria si trasformò da condanna a morte per tutti i componenti, a carcere a vita a Robben Island.

C’è un famoso proverbio cinese che dice che le guerre si vincono lontano dai campi di battaglia.

Nelson Mandela nacque il 18 luglio del 1918 nella famiglia reale dei Thembu, una tribù di etnia Xhosa, che viveva in una fertile valle del Capo Orientale (Sudafrica). Il suo nome in lingua Xhosa , Rolihlahla, ha un significato profetico: “attaccabrighe”.

Quando era ancora poco più di un neonato, il padre fu coinvolto in una disputa che lo privò del suo ruolo di capo e mise a nudo un tratto del suo carattere, che sembra abbia trasmesso a suo figlio.

Ma sentiamo direttamente le parole di Nelson dell’accaduto:

“Ritengo che l’ambiente, più della natura, sia responsabile nel plasmare una personalità, ma c’erano in lui un ribellismo orgoglioso, un ostinato senso della giustizia, che io riconosco in me stesso. In qualità di capo o sovrintendente, com’era spesso noto tra i bianchi, doveva rendere conto dei suoi uffici, non solo al re Thembu, ma anche al magistrato locale. Un giorno, uno dei sottoposti di mio padre imbastì contro di lui una lagnanza in merito ad un bue sfuggito alla custodia del proprietario. Di conseguenza, il magistrato mandò a mio padre un messaggio, nel quale gli ordinava di comparire nel suo ufficio. Quando ricevette la chiamata la risposta che inviò fu la seguente: “ Non vengo. Mi sto ancora preparando per la battaglia”. A quel tempo sfidare i magistrati era temerario. Un simile comportamento era considerato il massimo dell’ insolenza e in quel caso effettivamente lo era.

La risposta di mio padre implicava la convinzione che il magistrato non avesse su di lui alcun legittimo potere. Riguardo alle questioni tribali, il suo riferimento non erano le leggi del re inglese, bensì la tradizione Thembu; e la sua sfida non era una ripicca, ma una importante questione di principio: contrapponendosi all’autorità del magistrato, esercitava le sue prerogative di capo.

Quando il magistrato ricevette la risposta di mio padre, emise a suo carico un’accusa di insubordinazione. Non ci sarebbe stata inchiesta; ne avevano diritto solo i funzionari bianchi. Il magistrato depose semplicemente mio padre, mettendo fine alla dinastia dei capi appartenente alla famiglia Mandela.

La condizione interiore di Mandela, il suo senso della giustizia e la sua ostinazione a non scendere a compromessi, trasmessagli dal padre, emerse quando si  trasferì a Fort Hare, nel 1960 nel distretto di Alice,  l’Università più importante aperta ai nativi sudafricani.

In quell’anno si tennero le nomine del Collegio rappresentativo studentesco. Sino a quel momento, chi veniva eletto si metteva a disposizione del Rettore, per eseguire gli ordini del Comitato Amministrativo Universitario e questo modus operandi non era più accettato dagli studenti, che volevano che le loro proposte venissero accolte. Le elezioni vennero sabotate dalla maggior parte degli studenti, ma alla fine 25 di loro votarono per i nuovi membri del collegio e quindi le elezioni vennero validate dal Dottor Kerr, Rettore dell’Università. A quel punto, tutti i membri del collegio scrissero una lettera congiunta di dimissioni e la presentarono al Rettore. Il giorno dopo il Rettore, fece indire un’altra votazione alla mensa dell’Università, in modo che tutti gli studenti non potessero più astenersi dal voto. Anche questa volta i soliti 25 non si sottrassero al voto e le nomine furono confermate. L’unico che si oppose a questa votazione fu Mandela, che ribadì che il voto non apparteneva alla maggioranza, presentando le sue dimissioni. Il Dottor Kerr chiese a  Mandela di pensarci tutta la notte e gli diede appuntamento il giorno dopo. Dopo una notte insonne, Mandela confermò le sue dimissioni e il Rettore lo espulse dall’ Università. Mandela non sopportava assolutamente che qualcuno potesse prendere decisioni sulla sua vita. Per questo lasciò per sempre Fort Hare.

Fu in questa occasione che incontrò Oliver Tambo.

A 22 anni trovò lavoro come guardiano alle Crown Mines di Johannesburg. La politica cominciò a giocare un ruolo molto significativo nella sua vita. Mossi dall’umiliazione e dalle sofferenze della loro gente e offesi dalle leggi sempre più ingiuste e intollerabili, nel 1944, Nelson Mandela, Walter Sisulu e Oliver Tambo, insieme ad altri, costituirono la Lega Giovanile dell’ANC e in pochi anni Mandela ne divenne Presidente.

Ma torniamo al giorno del processo, al giorno del famoso discorso, durato quattro ore, tenuto in aula da Mandela.

Ri-diamogli di nuovo la parola:

“Ho dedicato la vita intera alla lotta del popolo africano. Mi sono battuto contro il predominio dei bianchi, così come mi sono battuto contro il predominio dei neri. Ho perseguito l’ ideale di una società libera e democratica, in cui tutti vivano insieme in armonia e con pari opportunità. E’ un ideale per il quale spero di continuare a vivere, fino a conseguirlo. Ma per il quale, se necessario, sono disposto a morire”.

Nel 1990 Mandela fu scarcerato da Robben Island, dopo 27 anni di carcere. Una volta uscito, iniziò la sua campagna politica per le elezioni come Presidente del Sud Africa.

Nel 1995, appena un anno dopo l’elezione di Nelson Mandela a presidente del Sudafrica e a tre anni dalla fine ufficiale dell’apartheid, il Sudafrica si apprestava a ospitare i Mondiali di rugby. Il Paese usciva da un periodo difficilissimo: il sistema legislativo razzista, imposto dalla minoranza bianca, era durato per 42 anni, lasciando dietro una tensione sociale altissima e rapporti nel migliore dei casi inesistenti, nel peggiore, pessimi e violenti, tra bianchi e neri. L’80 % della popolazione era nera, mentre il rugby – portato in Sudafrica dai Paesi Bassi e dalla Germania alla fine dell’Ottocento – era generalmente considerato uno sport per bianchi: era praticato quasi soltanto dai cosiddetti afrikaner e la percezione era condivisa e rafforzata dal fatto che, durante le partite, il pubblico (bianco) mostrava spesso striscioni con frasi razziste o cori contro giocatori neri. Motivo per cui la grandissima maggioranza degli abitanti del Sudafrica tifava contro la nazionale di rugby e anche Mandela raccontò di aver fatto lo stesso da giovane.

Il modo in cui Mandela riuscì a trasformare un evento potenzialmente molto rischioso e controverso:  ospitare i mondiali di uno sport “da bianchi”, in un Paese appena uscito dalla segregazione razziale, rimane una grande storia, testimoniata anche dalle molte dimostrazioni di affetto di gran parte del mondo del rugby alla notizia della sua morte. La storia fu raccontata in un libro di John Carlin intitolato: “Ama il tuo nemico”, a sua volta trasposto nel 2009 nel film di Clint Eastwood:  “Invictus”, con Morgan Freeman nel ruolo di Mandela.

Mandela era un grande appassionato di sport in generale. Si racconta che apprezzasse molto gli sport di squadra, fra i quali il calcio e il cricket e da giovane avesse praticato la boxe, a livello amatoriale. Si ricorda inoltre che cercò di tenersi in forma anche durante gli anni passati in prigione, correndo sul posto nella sua cella, oppure attorno all’edificio. A un certo punto Mandela fece richiesta per ottenere un fornelletto da cucina, per riscaldarsi il cibo in cella, ma la dirigenza della prigione rifiutò la sua richiesta. Mandela allora decise di rivolgersi direttamente al capo della prigione, che era un certo Maggiore Van Sittert, un grande appassionato di rugby: cominciò quindi a interessarsi di rugby, per poter condividere un argomento di conversazione e sperare così di avere la sua approvazione. Circola un aneddoto secondo cui Mandela passò un mese a studiare gli articoli di giornali che parlavano di rugby e a imparare a memoria i nomi dei giocatori più famosi: Mandela cominciò a parlare con lui di rugby e presto ottenne un fornelletto.

Tenendo conto di questo episodio e quindi di cosa significasse il rugby per Mandela prima che uscisse di prigione e diventasse presidente, arriviamo ai Mondiali del 1995. Mandela si convinse che ospitarli in Sudafrica fosse una grande occasione per trovare un elemento comune di unità per una popolazione così divisa. Due mesi dopo essere stato eletto, nel giugno del 1994, Mandela incontrò il capitano della Nazionale di rugby Francois Pienaar – bianco come 25 giocatori su 26 della Nazionale – e gli spiegò cos’aveva in mente di fare: approfittare dei Mondiali di rugby per unire il paese.

Ecco il dialogo di quell’incontro passato alla storia:

Mandela: “Tu hai un lavoro molto difficile Francois”

Francois Pienaar: “Ah sì? Ho un impresa commerciale”

Mandela: ”Il Capitano degli Springboks...un lavoro difficilissimo”

Francois Pienaar: ”Niente in confronto al suo Signor Presidente”

Mandela: ”A me nessuno cerca di staccarmi la testa, mentre faccio il mio”

Francois Pienaar: “Certo”

Mandela: ”Dimmi Francois ... qual è la tua filosofia della leadership … tu come ispiri la tua squadra a dare il meglio?”

Francois Pienaar: ”Con l’esempio... ho sempre dato l’esempio per guidarli”

Mandela: ” Ma questo è giusto ... sì ... questo è sacrosanto ... ma come fare a renderli migliori di quanto loro credano di essere ... è questo che trovo essere difficile ... con l’ispirazione è possibile, ma come facciamo a ispirarci alla grandezza, quando niente di meno ci può bastare? Come facciamo ad ispirare quelli che ci circondano? A volte io credo che la risposta sia nel lavoro di altri. A Robben Island, quando le cose si mettevano male, trovavo ispirazione in una poesia.”

Francois Pienaar: ”Una poesia?”

Mandela: ”Una poesia vittoriana ... solo parole ... ma mi davano la forza di stare in piedi, quando tutto ciò che volevo era lasciarmi andare …”.

La poesia era questa:

Dal profondo della notte che mi avvolge,

Nera come un pozzo che va da un polo all’altro,

Ringrazio gli dei qualunque essi siano

Per la mia indomabile anima.

Nella stretta morsa delle avversità

Non mi sono tirato indietro, né ho  gridato.

Sotto i colpi d’ascia della sorte il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime, incombe solo l’orrore delle ombre.

Eppure la minaccia degli anni

Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,

Quanto piena di castighi la vita,

Io sono il padrone del mio destino:

Io sono il capitano della mia anima.

 

Però tu non sei venuto fin qui per sentire un vecchio, che parla di cose prive di senso.”

Francois Pienaar: ”No! No! La prego. Signor Presidente hanno molto senso per me: prima di una grossa partita, che so di un test, sul pullman ..., andando allo stadio, non parla nessuno”

Mandela: ”Ah ecco! ... si stanno preparando”

Francois Pienaar: ”Ma quando sento che siamo pronti io chiedo al nostro autista una canzone, una di mia scelta, ma che conosciamo tutti, insieme ascoltiamo le parole e ci aiuta”

Mandela: ”Io ricordo quando mi invitarono alle Olimpiadi del ‘92 a Barcellona, tutti i presenti allo stadio mi accolsero con una canzone ... a quei tempi il futuro ... il nostro futuro sembrava molto fosco, ma a sentire quella canzone, intonata dalla voce di quelle persone, provenienti da tutto il Pianeta, mi fece sentire orgoglioso di essere sudafricano ... mi diede l’ispirazione di tornare a casa e fare meglio e mi incoraggiò a pretendere di più da me stesso.”

Francois Pienaar: ”Posso chiederle che canzone era signore?”

Mandela: ”Beh ... Ancosi Sikelele Africa, una canzone che ispira chi l’ascolta. Abbiamo bisogno di ispirazione Francois, perché per poter costruire la nostra Nazione dobbiamo tutti cercare di superare le nostre aspettative!”

L’intento di Mandela, nei confronti del giovane capitano era quello di trasmettergli la resilienza, quella capacità unica e distintiva, che solo gli esseri umani posseggono: il pensiero che affiora davanti a una situazione, apparentemente senza via di uscita e che permette di affrontarla e utilizzarla a proprio vantaggio per creare la propria felicità!”

 Mesi prima dell’inizio del torneo furono organizzati diversi momenti di “avvicinamento” tra la Nazionale di rugby e i sudafricani neri, a cominciare dagli allenamenti aperti al pubblico. Su suggerimento dello staff della Nazionale, i giocatori impararono a memoria Nkosi Sikelele, l’inno nazionale per la popolazione nera in lingua Xhosa, una delle 11 riconosciute dallo Stato, parlata da circa l’80 % degli abitanti della provincia di Capo Orientale. La Nazionale fece inoltre visita a Robben Island, la piccola isola dove venivano tenuti i prigionieri politici del regime, fra cui lo stesso Mandela.

Pienaar racconta che, durante il ritiro della Nazionale sudafricana, Mandela telefonava di continuo, chiedendogli cose come «I ragazzi sono concentrati? Stanno bene? Sono rilassati?». Un giorno fece una visita a sorpresa alla squadra: arrivò in elicottero, li salutò e gli disse: «Avete l’opportunità di fare una gran cosa per il Sudafrica e di unire la gente. Ricordate solo questo, che tutti noi, neri e bianchi, siamo con voi».

Il Mondiale cominciò e il Sudafrica vinse una partita dopo l’altra: nella partita inaugurale batté l’Australia, una delle squadre più forti del torneo, per 27 a 18. Vinse il suo girone a punteggio pieno, dopo aver sconfitto anche la Romania per 21 a 8 e il Canada per 20 a 0. Agli ottavi e ai quarti eliminò Samoa e la Francia, arrivando in finale contro la fortissima Nuova Zelanda. Il 24 giugno 1995, giorno della finale, Mandela indossò la maglietta di Pienaar, quella col numero 6 e fece visita alla squadra nello spogliatoio.

Pienaar, riguardo quell’episodio, racconta che «non ci sono parole per descrivere l’emozione che provai in tutto il corpo». Mandela si fece vedere sul campo dell’Ellis Park, a Johannesburg, con la maglia della Nazionale e un cappellino: quando entrò, il pubblico esultò e fece partire un coro: “Nelson! Nelson! Nelson!”


Alla fine del primo tempo il Sudafrica era in vantaggio per 9 a 6, ma la Nuova Zelanda recuperò quasi subito e la partita si concluse con il pareggio. Ai supplementari il sudafricano Joel Stransky fece un drop goal, cioè mandò la palla in mezzo ai pali e al di sopra della traversa. Il Sudafrica diventò campione del mondo di rugby.

Mandela consegnò personalmente il trofeo a Pienaar, e gli disse: «Grazie per tutto quello che avete fatto per il nostro Paese». Pienaar rispose: «No, signor Presidente, grazie per quello che ha fatto lei per questo Paese». Carlin, nel libro, scrisse:

«Per decenni, Mandela aveva combattuto per tutto quello di cui i sudafricani bianchi avevano paura, e la Nazionale era il simbolo di tutto ciò che i neri odiavano di più. Adesso, davanti a tutto il Paese e a gran parte del Mondo, questi due simboli si sono fusi fra di loro, fino a crearne uno nuovo, giusto e costruttivo».

 

Bibliografia

Carlin, J. (2014) Ama il tuo nemico. Sperling & Kupfer

Henley, W. E. (1888) Invictus. Book of verses

Mandela, N. (1995) Lungo cammino verso la libertà. Feltrinelli Editore: Milano

 

Commenti offerti da CComment