L’altra pandemia

L’altra pandemia

La pandemia porta in luce il dominio neoliberista, che governi e oligarchie mondiali hanno imposto alle popolazioni che oggi lottano contro sfruttamento, povertà, violenza. Una sola speranza: da questa epoca in decadenza può nascere una nuova visione del mondo, “con un bagaglio più leggero”.

 

Ho letto con attenzione un articolo di Arundhati Roy, pubblicato il 6 aprile 2020 sul Financial  Times e riproposto dal settimanale Internazionale, uscito il 10 aprile, in Italia.

Scrittrice di fama internazionale, Roy ci conduce dalla realtà che si sta delineando in India, dovuta alla pandemia da Covid-19, ad una sotterranea narrazione di un’altra pandemia.

Perché la vita non parla, succede e le sue parole ci invitano a seguire la storia che accade, sviluppando allo stesso tempo una visione del mondo futuro.

L’articolo dal titolo “L’altra pandemia”, tocca la diffusione del contagio che, dai Paesi come la Cina, quelli Europei, gli Stati Uniti, sta toccando i Paesi emergenti, come l’India, il  Brasile, fino ad arrivare fino ad arrivare ad alcuni Stati Africani. Paesi emergenti e Paesi  poveri, dove il sistema sanitario, già in difficoltà per le malattie preesistenti, scivola nell’assoluta disperazione nell’affrontare questa emergenza. Una disperazione sentita anche dai Paesi ricchi, i quali hanno sottratto risorse attraverso politiche di contenimento delle spese, con un modello imprenditoriale distante dalla visione di cura e accoglienza del malato.

A partire dai  contagiati in tutto il Mondo che, quando l’articolo era stato scritto superavano il milione, Arundhati Roy ci propone una riflessione sulla via seguita dal virus, il quale liberamente si sposta lungo le rotte del commercio e del capitale internazionale. Ma a differenza dei flussi di capitali, votati al profitto e quindi all’accentramento di ricchezze di beni, risorse, denaro per pochi, il virus amerebbe l’inversione di tendenza, proprio diffondendosi dovunque, livellando ricchi, poveri, speculatori che hanno reso milioni di vite marginali.

Se la diffusione è stata globale, coinvolgendo ogni sistema politico locale ad ogni latitudine, significa che il modello cosiddetto di sviluppo perseguito finora, ha reso tutti vulnerabili allo stesso modo, sottraendo la sovranità a ciascun governo e al popolo che dovrebbe rappresentare.

L’altra pandemia, di cui parla, è la storia, la storia come l’abbiamo costruita e narrata finora ed ora un virus ci costringe inevitabilmente a chiederci su quali principi e regole l’abbiamo scritta.

Un potere globale, quello della grande Finanza e quello  delle Multinazionali,  ha eroso e manipolato l’indipendenza politico-economico dei singoli stati promettendo ricchezze per alcuni e miglioramenti delle condizioni di povertà per altri. Così non è stato per ogni cittadino di qualsivoglia paese, mettendo a tacere ogni forma di diversa proposizione e dissenso.

La parola diffusione ha a che vedere con una distribuzione, una re-distribuzione di beni, di benessere, di pari opportunità perché ognuno possa vivere la sua vita con dignità nel rispetto del bene collettivo e dei diritti inviolabili dell’uomo.  

La diffusione del virus ha portato in evidenza quanto questo progresso, ricercato attraverso una competizione sfrenata e aggressiva, la violazione dei sistemi democratici e l’inasprimento di quelli autoritari, si siano affermati con estrema violenza con mani estrattive e avide. Un modello che prevede arrogantemente una crescita illimitata di prodotti da consumare e far circolare, senza ascoltare quanti da anni sottolineano  i limiti delle risorse del pianeta, il loro utilizzo equilibrato e necessario a rispondere ai reali bisogni della gente e non finalizzato a trarne profitto mortifero, per rispondere all’avido accumulo per pochi. Ciò ha incrinato drammaticamente il rapporto tra gli essere viventi che vivono in armonia e risonanza con ciò che offre la terra. Si è privatizzato tutto: dall’acqua, all’energia, brevettate le sementi.

Possiamo ripensare queste rotte neoliberiste e ciò che in tutto il mondo hanno provocato e che il virus ha portato alla luce?

La Roy si riferisce alle condizioni indiane certo, quando asserisce che il suo paese, dinnanzi a questa tragedia “immediata, reale, epica”, sta mostrando tutta la sua vergogna, con le sue brutali disuguaglianze economiche, sociali,  l’insensibilità  e indifferenza nei confronti di chi soffre.

Considerando le differenze dei singoli paesi, in cui il sistema sanitario ed economico devono affrontare specifiche condizioni, sono le persone che pagano il prezzo più alto: la perdita del lavoro, della casa e in un attimo si trovano per strada, immobilizzati anche dalle disposizioni restrittive che vorrebbero contenere il contagio.

In India migliaia di persone hanno abbandonato le città, dopo aver perso tutto in un giorno e si sono messe in cammino verso i villaggi di provenienza. “Sapevano che stavano andando a casa nella speranza di non morire di fame. Forse sapevano anche che rischiavano di portare con sé il virus e infettare le loro famiglie, i genitori e i nonni, ma avevano un disperato bisogno di familiarità, accoglienza e dignità, se non di amore, oltre che di cibo”.

Non sono, forse, le stesse tensioni che viviamo in un paese ricco e colpito dalla stessa vulnerabilità?

La violenza della disoccupazione, della fame, dell’isolamento sociale e della polizia non invade con la stessa paura, che si viva a nord e al sud del mondo?

In Italia, negli anni, abbiamo vissuto l’aumento delle disparità sociali, delle disparità di accesso all’istruzione, alla sanità, al lavoro e di tutti quei servizi alle persone, non dimenticando la cultura e le tradizioni del territorio.

Stiamo assistendo a una frattura sociale che non ha precedenti nella storia: l’impossibilità di vivere le dimensioni che rendono lo sviluppo umano totale, evolutivo. La negazione di vivere gli affetti, la libertà della libera espressione fino ad annullare la presenza del nostro corpo nella comunità.

Allora possiamo parlare di violazione dei diritti umani, della Costituzione e nondimeno ad un’esistenza vissuta più vicina alla vita, al vivere bene.

A questa globalizzazione senza umanità è necessario, ed oggi urgente, rispondere partendo da ciò che in passato è stato compiuto e al quale non si è riusciti a dare una direzione alternativa. Un modello di economia stravolto dalla finanza perdendo il suo reale valore , ignorante di una visione del mondo sostenibile con al centro la donna e l’uomo, in cui si ripropone economia umanistica, una economia reale al di sopra della speculazione finanziaria che crea debito e fa scivolare i popoli nella miseria.

Qualcuno dice che siamo di fronte alla fine della nostra civiltà e che possiamo costruire una nuova epoca. Ma né  la grande finanza, né la politica possono fornire risposte di cambiamento, senza commettere gli stessi errori.

Siamo, oramai consapevoli, che ciò di cui abbiamo bisogno è una visione del mondo che si fondi sulla solidarietà, sul rispetto di ogni tradizione di sostentamento; di riprendere quelle economie caratterizzate dalla cooperazione, che producono ricchezza a partire dalla conoscenza profonda del proprio territorio e ne garantiscono la  tutela per le generazioni future: ricchezza che non può essere “pesata”, se non tornano ad essere considerate centrali anche la cultura, l’educazione, l’investimento nella riconversione dell’industria bellica, a favore della ricerca e della salute.

Una visione del mondo che metta al centro la dignità e il diritto al pieno sviluppo della personalità di ciascuno, che preveda che ogni individuo, donne e uomini, possa contribuire al bene comunitario, come sancito dalla nostra Costituzione.

Una visione che richiede coraggio, impegno e una nuova leadership, capace di entrare in risonanza col destino comune e di tradurre in iniziative i processi di trasformazione necessari, a partire  dalla protezione della sovranità dei cittadini e l’organizzazione di un’economia che nasca dalle stesse radici, che hanno portato alla scrittura della nostra Costituzione.

Non si può immaginare un cambiamento, come quello al quale siamo chiamati oggi, senza conoscere e amare quello che vive e si evolve, nell’interdipendenza tra l’essere umano e il Pianeta.

Tornare alla vita, al vivere bene, più vicini alla Terra e alle persone comuni, al loro benessere.

Non esiste ricchezza più preziosa della salute, ma la salute è compromessa quando si rinuncia a vivere una vita pienamente libera. Avendo cura di noi stessi in modo olistico e sviluppando la coscienza profonda dei nostri limiti e delle nostre ottiche ottuse e arroganti, possiamo vivere nell’umiltà di voler lavorare per superare infelicità e miseria; questo sarà un buon punto di partenza per conoscere regole e norme per creare un pianeta Terra in buona salute.

“Storicamente, le pandemie hanno sempre costretto gli esseri umani a rompere con il passato e a immaginare il loro mondo da capo. Questa non è diversa. E’ un portale, un cancello tra un mondo e un altro. Possiamo scegliere di attraversarlo trascinandoci dietro le carcasse del nostro odio, dei nostri pregiudizi, la nostra avidità, le nostre banche dati, le nostre vecchie idee, i nostri fiumi morti e cieli fumosi. Oppure possiamo attraversarlo con un bagaglio più leggero, pronti a immaginare un mondo diverso.

E a lottare per averlo.”

Così conclude il suo articolo Arundhati Roy. 

Bibliografia

Settimanale Internazionale

10/16 aprile 2020, n.1353-anno 27

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