La leadership che apre il futuro

La leadership che apre il futuro

Uno scambio con una giovane diventa la possibilità intorno alla quale riflettere sulla leadership: quali caratteri e significati possono definirla per aprire al futuro, in un momento storico in cui le vecchie categorie interpretative non servono a ripensare e creare il mondo sull’orlo del baratro.

 

Un paio di giorni fa, è venuta a trovarmi una giovane amica. Ci siamo intrattenute raccontandoci cosa fosse successo nella nostra vita, in questo periodo di misure restrittive, dovute al Covid-19.

Siamo andate avanti, entrambe volendo appropriarci ogni giorno del nostro diritto ad avere il tempo e compierlo nella sua dimensione di continuità vitale, con quella pienezza alla quale non si rinuncia, quando si decide che nulla può compromettere il desiderio della presenza nel mondo, di legami che sostengono nel contrastare l’ansia dell’incertezza, nonostante la morte.

E seppure la vicinanza fosse stata violentemente interrotta, entrambe abbiamo continuato a relazionarci col mondo attraverso le parole: la parola che definisce chi siamo ed entra nella storia.

E poi la sua  relazione  sentimentale che non è ceduta alla paralisi della confusione e della paura, ma ha trovato in questo tempo l’evoluzione, che trova riparo in chi decide di non darsi per vinto e costruisce, costruisce  per non rinunciare all’essere umani e alla sua dignità di determinarsi.

Siamo scivolate nel chiederci cosa, oggi, venga aggredito da questo mondo in declino e dopo un paio di mie domande la mia giovane amica, nel silenzio che precede una riflessione profonda, ha espresso liberamente i suoi pensieri circa i giovani e la figura del leader.

Ha le idee chiare sulla natura di una leadership capace di procedere verso il futuro e rifondarlo su altri criteri interpretativi, su azioni da sviluppare a partire dalla conoscenza di ciò che di vero la gente ricerca, seppure condotta verso molteplici forme di estraniamento.

Con un brainstorming, getta tra l’aria e me la qualità di INCLUSIONE: un leader capace di valorizzare le diversità, attraverso un processo che non  lasci indietro nessuno. Per poter superare le disuguaglianze, è necessario partire dalle divisioni e fratture che ogni singolo individuo vive dentro di sé, risultanti di un modello storico-culturale-politico aggressivo ed espropriante dei bisogni profondi delle persone. Accogliere le proprie fratture interiori, trovarne una definizione e, se non possono essere curate tutte, utilizzarle nel loro essere comunicanti e agire come possibilità di maggiore integrazione personale  nelle relazioni sociali. Includere l’apporto  di modelli di diverso orientamento teorico  per pensare al futuro, nel quale il punto di convergenza sia il più ampio possibile.

Porsi la domanda di cosa sia il bene, cosa sia il male, per superare la scissione tra “il mio bene”, “il tuo bene”,  sviluppare il pensiero libero dal possesso e dall’ego, autonomo dalla visione omologante, che spinge al consumo di cose, idee, informazione.

Una leadership che sviluppi il POTENZIALE di ognuno, come diritto a contribuire a una società meritocratica, intesa questa come futuro del bene collettivo: culturale, artistico, economico, politico, religioso. Realizzata da persone che non occupino posti di rilievo e decisionali in base a strategie senza regole etiche, ma  responsabili nel concorrere al progresso umano e sociale.

Un leader  VISIONARIO e in ASCOLTO  di tutti gli scenari possibili e per essere tale è necessaria l’ EDUCAZIONE. Educazione dell’intera società, degli adulti soprattutto, per uscire dai vecchi paradigmi e riformularne dei nuovi. Si sofferma sul linguaggio stereotipato degli adulti, che induce  nei giovani un messaggio omologato  della visione del sé,  dirottato più  alle richieste di una società univoca, dai saperi riduzionisti, forgiata dalla mente meccanicistica in cui le scelte dei giovani, vengono orientate verso l’utilitarismo e non verso la contribuzione creativa al bene comune.

 I giovani sono educati a essere spendibili sul mercato e questo stabilisce relazioni sociali basate esclusivamente sull’utilitarismo, tutto deve servire a qualcosa, nell’accezione materialistica, squalificando quegli aspetti che formano al pensiero critico e al sentire. La competizione esasperata e tecnologica ha coltivato nei giovani una maggiore sfiducia in se stessi e un impoverimento  delle relazioni, che vengono avvertite in modo aggressivo. Con la perdita di significato della realizzazione degli aspetti significativi della vita, perché svalutati da un sistema mono-dimensionale, non lasciando spazio ad alcuna alternativa di direzione, aumentano le nevrosi agite come meccanismo di difesa nelle relazioni con la conseguente auto-esclusione dalla realizzazione dei propri ideali.

Mi torna alla mente, lo psichiatra Miguel Benasayag (1) il quale, ascoltando le sofferenze dei giovani in questa epoca, ne dà la definizione di un’epoca di passioni tristi, in cui i giovani,  con la perdita della figura educativa adulta e in una società tecnocratica, vivono la scomparsa  della capacità espressiva sul piano esistenziale, linguistico ed emozionale. Aumentano i dubbi e le incertezze  e, la condizione di smarrimento che ne consegue, provoca il disinteresse al miglioramento personale, portando così alla formazione di persone che non sanno più quale sia il loro posto in questo mondo “moderno”.

La mia ospite interrompe le riflessioni che affollano la mia mente, portando la mia attenzione sulla PROPRIETA’ PRIVATA. Viviamo immersi in un modello economico-finanziario e culturale, in cui la concezione della proprietà privata ha orientato la volontà dei singoli.

Fa un esempio calzante e immediato “Se dò un pezzo di pane a un altro, perché devo pensare di sottrarre qualcosa a me stessa?”. Questa falsa concezione, perché innaturale e indotta da sofisticati modelli di pensiero, che hanno agito nel modulare la società, per la sua massimizzazione produttiva nell’era industriale, infonde la percezione dell’altro come un’entità che sottrae e indebolisce la nostra vita. E una leadership che voglia aprire una alternativa deve essere in grado di nuove proposizioni, che smascherino tale paradigma che impone “Il mio e il tuo”, con la conseguenza della perdita della forza organizzativa della comunità e delle istituzioni come sicurezza dei cittadini.

Prima di salutarci, ha ancora un’urgenza e mi lascia con la parola PAZIENZA. Un leader  capace di coinvolgere  nel mutamento, partendo dal riconoscere l’universalità dei diritti dell’uomo, è tale perché costruisce e aspetta che tale cambiamento  si compia. Partendo da un bilancio critico delle trasformazioni del passato, la tenacia e la tensione verso ciò che è inviolabile si impongono in lui e l’indifferenza e le resistenze al processo di rinnovamento possiamo oggi riconoscerli come meccanismi pre-costituiti dalle forze che vogliono dominare la storia.

Bibliografia

  • Benasayag, M. & Schmit, G. (2004) L’epoca delle passioni tristi. Feltrinelli.

 

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