Un malato in famiglia

Samuel Ferro

 Siamo spesso abituati, soprattutto in questo periodo, ad unirci, immedesimarci, compiangere e compatire i malati; persone che, per un motivo o per un altro, sono costrette a stare in un letto d’ospedale, sole, allontanate dalla famiglia, tra visi sconosciuti, con cui confrontarsi e raccontare il proprio dolore. Ma quanti di noi hanno pensato alle difficoltà che l’intera famiglia deve affrontare?

 

Nella vita, almeno una volta, è capitato a tutti di passare almeno una notte in ospedale: esperienza bruttissima per il malato, che è lì per un qualche motivo più o meno serio.

Abbiamo sempre pensato alla salute, oltre che fisica, mentale dell’ammalato, costretto magari a stare in ospedale per giorni, settimane e a volte anche mesi, alla ricerca di una cura.

Infatti la degenza è un percorso duro per la mente, tanto quanto lo è per il corpo, già la sola idea di non essere a casa, dove ci sentiamo al sicuro, protetti dalle nostre mura, il non poter vedere i nostri familiari come vorremmo e, quando tale degenza avviene molto lontano da casa, anche il sentirsi spaesati in una città nuova, lontani dal luogo in cui viviamo.

Ebbene, sono tantissime le difficoltà che un ammalato deve superare, le sfide a cui si trova davanti, senza dubbio pesantissime a volte, ma quanto tutto ciò influisce sul parente dell’ammalato? Quanti di noi hanno pensato alla salute dei familiari durante questo periodo?

Oggi parleremo proprio di loro, eroi che, in silenzio, combattono vicino a chi ne ha più bisogno, che sia un figlio/a, un marito, una moglie, un fratello o una sorella.

Quando si affrontano tali sfide contro una qualche malattia, oltre agli eroi in corsia, abbiamo con noi questo parente; soprattutto se il paziente è un bambino, ci ritroviamo mamme che passano giorni, settimane, mesi, se è il caso, sedute su di una sedia o una poltrona, se sono fortunate, prive di orario per i pasti, vicine alla persona a cui più tengono al mondo, il proprio figlio, con cui e per cui lottano con le unghia e con i denti.

Le mamme sono spesso costrette a veder piangere il loro figlio, magari durante una qualche manovra medica, senza poterlo aiutare, senza poter impedire che quel dolore gli venga inflitto, perché coscienti che è per il suo bene; ma quanto dev’essere duro resistere agli occhi di un figlio che chiedono aiuto e restare inermi, oppure aiutare a tenere fermo il bambino in aiuto ai medici?

Quanto dev’essere dura non avere più la libertà, una vita, perché sacrificata per stare accanto a colui a cui vogliamo bene, magari lontani da casa e impossibilitati a vedere il resto della propria famiglia, gli altri figli.

E per il resto della famiglia, quanto dev’essere difficile vedersi privati della figura materna e, per i casi più gravi, anche paterna, il vedere un fratello o una sorella andare via, coscienti di cosa dovrà affrontare?

Il peso che una malattia può avere è davvero incredibile, perché non coinvolge solo l’ammalato, ma tutta la sua famiglia; a combattere non va solo l’ammalato, ma la famiglia per intero.

In questo periodo tutte queste difficoltà sono amplificate a causa dell’isolamento ancora più intenso del malato dalla propria famiglia e dalle difficoltà, dalle angosce, dal peso emotivo del non poter vedere il proprio familiare ospedalizzato, non poterlo toccare, abbracciare, confortare nei momenti più duri; il non poter salutare per un’ultima volta, un ultimo addio, quella persona da noi tanto amata.

Il vedersi circondati da medici ormai completamente disumanizzati dal loro vestiario protettivo, che non concede contatti umani, né al malato, né ai familiari: che sia un sorriso incoraggiante, un abbraccio, un semplice sguardo d'empatia.

Bosco d’inverno

Di questa natura cosa mi rimarrà?

Osservo ogni foglia lasciarsi cadere

Sul mite terreno d’autunno;

Inesorabile,

Inarrestabile.

Cosa mi rimarrà?

Di questo gelido bosco d’inverno.

(Samuel Ferro)

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