Il principio responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica.

Il principio responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica.

Hans Jonas, l'autore de: " Il principio responsabilità”, è considerato uno dei protagonisti del dibattito bioetico contemporaneo.

La  consapevolezza che le promesse della tecnica moderna si sono trasformate in minaccia per l'uomo e per la natura, è la tesi da cui parte il volume citato, di cui si propone la lettura.

Da qui l'esigenza di un'etica, che impedisca alla potenza della scienza di diventare sventura per l'uomo. Un'etica che sia capace di confrontarsi con azioni che hanno una portata causale senza precedenti e conseguenze a lungo termine spesso irreversibili, che ponga al centro la responsabilità, con orizzonti temporali e spaziali corrispondenti a quelli delle azioni. Una responsabilità, dettata dalla paura e dal rispetto, di preservare all'uomo l'integrità del suo mondo e del suo essere, contro gli abusi del suo potere.

La tecnica moderna ha, infatti,  introdotto azioni, oggetti e conseguenze di dimensioni così nuove che l'ambito dell'etica tradizionale non è più in grado di abbracciarli. Le antiche norme dell'etica del prossimo: onestà, giustizia, misericordia … continuano a essere valide per la sfera più prossima, quotidiana, dell'interazione umana, ma non nella sfera dell'agire collettivo, i cui effetti impongono una dimensione della responsabilità mai prima immaginata.

Si prenda ad esempio la vulnerabilità della natura davanti all'intervento tecnico dell'uomo, una vulnerabilità insospettata prima che cominciasse a manifestarsi in danni irrevocabili, anche in relazione al carattere cumulativo delle azioni, i  cui  effetti si addizionano, tanto che l'intera biosfera del pianeta è stata aggiunta al numero delle cose per cui dobbiamo essere responsabili.

Ma finora non si è ancora menzionata una questione  potenzialmente ancora più minacciosa: il fatto che l'uomo stesso è diventato uno degli oggetti della propria tecnica. Oggi, in seguito a certi progressi della tecnica delle cellule, ci sorride la prospettiva concreta di contrastare i processi biochimici di invecchiamento e di prolungare la durata della vita umana, differendone indefinitamente il termine.

Il progresso delle scienze biomediche apre anche  la possibilità del controllo del comportamento ma, se il sollievo di pazienti malati di mente da sintomi tormentosi e inibenti, sembra essere un beneficio inequivocabile, il rischio dell'estensione di tali metodi di controllo a categorie non mediche, può essere allettante ai fini della manipolazione sociale. A questi punto sorgono questioni relative ai diritti dell'uomo e alla sua dignità, la riduzione del cittadino a suddito, anziché emanciparlo.

Un ulteriore oggetto della tecnologia applicata all'uomo è costituito dal controllo genetico dell'umanità futura, che permetterebbe non solo di conservare la specie nella sua integrità, ma anche migliorarla e trasformarla in base a un proprio progetto. Ma quale progetto e chi lo decide?

Un imperativo adeguato al nuovo tipo di agire umano e orientato al nuovo tipo di soggetto agente suonerebbe così: 'Agisci in modo che le conseguenze delle tue azioni siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla Terra' oppure 'Non mettere in pericolo le condizioni della sopravvivenza indefinita dell'umanità sulla Terra e  includi nella tua scelta attuale l'integrità futura dell'uomo come oggetto della tua volontà'.

Il nuovo imperativo afferma che possiamo mettere a repentaglio la nostra vita, ma non quella dell'umanità, che non abbiamo il diritto  di scegliere o anche solo rischiare il non essere delle generazioni future, in vista dell'essere di quelle attuali.

É evidente che il nuovo imperativo  si  rivolge molto più alla politica pubblica, che non al comportamento privato, che non è la dimensione causale alla quale sia applicabile.

La novità del nostro agire esige un'etica nuova di estesa responsabilità,  proporzionata alla portata del nostro potere, richiede un nuovo genere di umiltà indotta non dalla limitatezza, ma dalla grandezza abnorme del nostro potere, che si manifesta nella sproporzione tra il nostro potere di fare, rispetto a quello di prevedere, valutare e giudicare. L'ignoranza circa le conseguenze ultime, diventa una ragione per assumere un atteggiamento di riserbo responsabile.

Alla costatazione che l'accelerazione dello sviluppo, alimentato dalla tecnologia, non lascia più tempo all'autocorrezione, si aggiunge quella che le correzioni diventano sempre più difficili e la libertà di farle sempre più ridotta. Il che consiglia di vigilare sugli inizi, riconoscendo all'eventualità di sventura una priorità sulle speranze, in quanto non si deve mai fare dell'esistenza o dell'essenza dell'uomo, globalmente inteso, una posta in gioco delle scommesse dell'agire e, nel segno di tale responsabilità,  la cautela, altrimenti oggetto marginale della nostra saggezza, diventa il nucleo dell'agire morale. 

La tutela dell'eredità e la salvaguardia dal degrado deve essere l'impegno di ogni momento, non concedersi nessuna pausa in quest'opera di tutela, costituisce la migliore garanzia della stabilità e il presupposto dell'integrità futura dell'identità umana. Conservare intatta quell' eredità, attraverso i pericoli dei tempi e contro l'agire stesso dell'uomo, non è un fine utopico, ma il fine della responsabilità per il futuro dell'uomo stesso.

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