Occhio Critico

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Insetti. Cibo del futuro?

In un prossimo futuro larve, formiche e locuste faranno la loro comparsa sulle nostre tavole ed entreranno a far parte della nostra dieta. Un bel piatto di pasta a base di farina di grillo è veramente il modo migliore per salvare l'ambiente e soddisfare la “fame di proteine, sempre crescente?

Mariella Lajolo

terapista alimentare e counselor

 

Torino, 15 gennaio 2040. Il protagonista della nostra storia si sveglia alle 7 di un lunedì mattina qualsiasi. Il robot, che lo aiuta nelle faccende di casa, ha già provveduto a preparargli la colazione: un pasto energetico e sostenibile a base di succo di mirtillo, ottenuto da una coltivazione idroponica, accompagnato da un piatto di alghe e cavallette saltate in padella. E così, dopo un breve collegamento satellitare con la sorella, partita per una vacanza nello spazio, l’uomo apre la porta di casa con un microchip sottocutaneo e si dirige verso la macchina volante, che lo condurrà al lavoro, evitando le noie del traffico. 

Esagerazioni caricaturali? Chissà? Fin dall’antichità, immaginare un futuro più o meno lontano ha sempre stimolato la curiosità umana ed è altrettanto certo che nei prossimi anni la nostra vita cambierà moltissimo, almeno se consideriamo la velocità con cui, da diverso tempo, la tecnologia sta evolvendo. E saranno trasformazioni trasversali, che riguarderanno ogni aspetto della quotidianità: dai mezzi di trasporto, agli strumenti di comunicazione, dalla gestione della propria salute, alla sfera professionale, senza dimenticare l’ambito relativo all’alimentazione. 

Concentriamoci in particolare sul tema del cibo: cosa mangeremo nel futuro, anche prossimo? 

La popolazione mondiale sarà riuscita nell’obiettivo di frenare l’inquinamento ambientale, anche attraverso un cambiamento radicale delle scelte alimentari e dei metodi di produzione?

Secondo le stime della Fao, nel 2050 gli abitanti della Terra sfioreranno i 10 miliardi di persone e l'obiettivo dovrà essere quello di garantire a tutti la sicurezza alimentare, senza distruggere il pianeta. Le risorse però non sono infinite, ci ripetono da anni, anzi, siamo già arrivati ad un punto in cui ogni ulteriore sfruttamento -di terra, acqua, energia o foreste- implica delle conseguenze che non possono essere trascurate, anche perché i numeri del cambiamento climatico sono perentori e già attualmente l'agricoltura irrigua è responsabile di oltre il 70% dei prelievi di acqua dolce a livello globale.

Il New York Times ha voluto ragionare proprio sull’argomento cibo, in un articolo intitolato “A New Year’s Climate Diet”. L’autore, Paul Greenberg, ha analizzato quante tonnellate di emissioni avrebbero potuto tagliare gli americani, nel corso del 2020, attraverso un cambiamento della dieta e quanto il passare ad un regime vegano avrebbe permesso di ridurre le emissioni di anidride carbonica (da 0,3 a 1,6 tonnellate per persona all’anno). Ha anche affermato che  si sarebbero potuti ottenere risultati positivi, diminuendo semplicemente il consumo di carne bovina, visto che produrre un chilogrammo di carne implica un rilascio di oltre 27 chilogrammi di anidride carbonica in atmosfera.  Tale raccomandazione si scontra però con la richiesta di proteine animali, in continua crescita. Si stima che nei paesi occidentali la media sia di 80 kg di carne per persona ogni anno, mentre gli Stati Uniti superano i 100 kg a testa.

La tecnologia e la ricerca continuano intanto a lavorare per diminuire l’impronta ecologica degli alimenti e a proporre nuove alternative da portare in tavola. Insetti, carne in laboratorio, sviluppo di varietà ultra produttive e poco idro-esigenti, colture idroponiche, tecnologie di stampa a 3D, in grado di replicare la consistenza e i sapori del cibo tradizionale. Le frontiere sono molteplici e alcune sono già una realtà, almeno in qualche area del mondo. Un versante sul quale gli esperti prevedono una rapida evoluzione è quello della produzione di carne o pesce in laboratoriopartendo dalle cellule estratte dagli animali. All’argomento il Guardian ha dedicato un ampio approfondimento, sostenendo che la vera sfida sarà convincere i consumatori ad abbracciare la carne coltivata. Non è ancora sul mercato, chiarisce l’articolo, ma almeno 40 aziende private ci stanno lavorando e gli scienziati dell'Università di Bath, nel Regno Unito, stanno coltivando pancetta su fili d'erba. Una startup californiana  ha invece creato bocconcini di pollo in un bioreattore, senza uccidere nessun animale. Bruce Friedrich, membro del Good Food Institute, realtà che lavora per sviluppare alternative alla carne, è convinto che entro il 2050 mangeremo tutti carne coltivata e prevede che tra una trentina di anni ci saranno solo più alcune fattorie di razza e macelli, dove gli animali verranno trattati bene - sostiene Friedrich -, ma sarà un mercato limitato.

Arriviamo agli insetti, ai quali spesso è stato attribuito il ruolo di “cibo del futuro”: il loro allevamento risponde a criteri di economicità e sostenibilità ambientale, inoltre sono proteici e altamente nutrienti. Il regolamento europeo sul novel food, che aveva introdotto una prima autorizzazione generale alla commercializzazione degli insetti a fini alimentari, è entrato in vigore nel gennaio del 2018 e finalmente qualche giorno fa, affermano gli entusiasti, è arrivata la valutazione scientifica positiva da parte dell’Efsa. Secondo la Fao, larve di mosca, alghe e proteine dei funghi sono alcuni cibi che potrebbero salvare l’umanità dalla malnutrizione, che già oggi interessa almeno 690 milioni di persone. È quanto spiegato, sulle pagine della rivista Nature Food, da un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge che si occupa di sicurezza dei sistemi alimentari, mettendo in guardia sulla vulnerabilità delle attuali catene di approvvigionamento. Si pensa al consumo di insetti come contributo a un sistema alimentare più sostenibile, visto che al momento la popolazione mondiale è di circa 8 miliardi di persone e nel 2050 supereremo, pandemie permettendo, i 10 miliardi. Questo significa molte più bocche da sfamare, più richiesta di cibi proteici, ma anche bisogno di circa 70% in più di produzioni agricole, da utilizzare sia per l’alimentazione umana, che per alimentare gli animali, che poi finiscono nel nostro piatto.

In questo contesto gli insetti edibili, secondo alcuni, possono rappresentare una risorsa naturale di grande interesse e potenzialità, una possibile soluzione per ripensare il sistema alimentare in una chiave più sostenibile.   Essi affermano che, non solo forniscono micronutrienti e macronutrienti importanti, ma possono contribuire  in maniera concreta a vincere le partite ancora aperte di un’alimentazione varia ed equilibrata per il benessere del consumatore, ma anche del pianeta. La novità del poter utilizzare questo novel food ha suscitato un grande interesse da parte del pubblico e delle aziende e ha aperto nuove opportunità di business. Un mercato, quello dei prodotti alimentare a base di insetti, che è destinato a crescere nei prossimi anni.

Non si tratta solo di consumare l’insetto intero, ma integrarlo in snack, barrette, pasta, farina e altro ancora. Nascondere gli insetti nei cibi potrebbe essere l’idea per superare il pregiudizio iniziale e diffondere questa nuova cultura anche in Europa.

Orientare le scelte alimentari delle persone verso soluzioni più sostenibili, viene affermato, è un passaggio chiave della sfida che guarda al 2050 ma, risalendo la filiera, c’è chi precisa che anche l'agricoltura dovrà fare la propria parte, affidandosi a tutte le tecnologie, che permettono di ridurre gli input chimici e idrici e di avere sempre sotto controllo tutti i parametri, sulla base dei quali effettuare le operazioni in campo. Secondo un docente dell'università di Milano, i prossimi anni saranno cruciali per favorire lo sviluppo di tecnologie che entrino davvero nelle aziende e possano permettere agli agricoltori di garantirci produzioni di qualità e a basso impatto ambientale.

Le soluzioni prospettate sono completamente diverse da quelle individuate, solo tre anni fa, dal Direttore Generale della FAO, Graziano da Siva  che, nel 2019, partendo dal presupposto che i sistemi alimentari del futuro devono garantire alimenti nutrienti, di qualità e tutelare l'ambiente, sollecitava la trasformazione dei sistemi alimentari, per migliorare la nutrizione nel mondo. Si preoccupava inoltre non solo del problema della fame, ma anche del sovrappeso e dell’obesità, in continuo aumento, oltre che della carenza di micronutrienti. Problemi da attribuirsi all'elevato consumo di alimenti ultra-lavorati, composti prevalentemente di ingredienti artificiali, ricchi di grassi saturi, zuccheri raffinati, sale e additivi chimici.
Aveva quindi proposto tasse sui prodotti alimentari poco sani, etichette sugli alimenti più comprensibili e più complete, restrizioni sulla pubblicità degli alimenti, in particolare quelli per i bambini, la promozione del consumo di alimenti locali e freschi, creando circuiti locali di produzione e consumo.
Aveva posto l’attenzione sul fatto che la trasformazione dei sistemi alimentari parte da terreni sani, semi sani, metodi agricoli sostenibili e coltivazioni che rispettino l'ambiente.

Ma cosa è successo, cosa è cambiato? Cosa ha portato l’Ue a dire sì alle locuste per l’alimentazione umana e ad incoraggiarne il consumo?

Se n’è parlato a Glasgow, dove i “grandi della Terra” si sono trovati per confrontarsi sull’ambiente, sull’emergenza climatica.

Rappresenta forse anche questo un tassello del grande reset, che colpisce questa volta la tavola e soprattutto l’Italia, uno dei paesi con maggior eccellenza nel settore dell’enogastronomia, eccellenza per cui è nota in tutto il mondo?

Questo cambiamento può essere percepito come un attacco a tutto ciò che è tradizionale, all’alimentazione mediterranea, così decantata in tutto il mondo come alimentazione sana, che garantisce longevità in salute. Un attacco all’identità gastronomica, insieme a quella culturale e antropologica già in atto che, anche in seguito alla pandemia, che ha accelerato il processo di cambiamento, sta trasformando l’uomo politico e sociale  in uomo digitale, dipendente dai dispositivi, che apprende in DAD, lavora in smartworking...

Solo, isolato, in contatto soltanto virtuale con gli altri.

Cittadino sempre più post umano, che si trova progressivamente a vivere in una società in cui tutte le identità vengono sradicate, in cui le persone perdono personalità e memoria, anche in campo culinario.

La cultura infatti comprende tutto ciò che l'uomo cerca di trasmettere di generazione in generazione, inclusi le lingue, la musica, l'arte, la letteratura, le conoscenze scientifiche e i sistemi di credenze, nonché l'agricoltura, le usanze e le tecniche culinarie. La parola cultura deriva dal latino cultura, da colere-coltivare, coltivare la terra e le sue creature -piante, animali, funghi, batteri- è essenziale per la cultura. Rivendicare il nostro cibo è uno strumento di rinascita culturale, un'azione concreta per rompere la dipendenza dal ruolo di consumatori e riappropriarci della nostra dignità e del nostro potere. Ogni creatura sulla terra interagisce intimamente con il proprio ambiente attraverso il cibo. Tuttavia, in una società così tecnologicamente sviluppata, gli esseri umani hanno in gran parte perso questa connessione, con risultati disastrosi, pensiamo alla produzione su larga scala, i metodi e i sistemi industriali, che distruggono il pianeta, la nostra salute e ci privano di dignità. Rivendicare il nostro cibo infatti, significa rivendicare la comunità, attraverso l'interconnessione economica delle specializzazioni e della divisione del lavoro, innanzitutto a livello umano, stimolando la consapevolezza delle risorse e lo scambio locale. Trasportare merci in tutto il mondo, infatti, richiede una grande quantità di risorse e contribuisce alla distruzione dell'ambiente. Mentre le nostre comunità si nutrono meglio e iniziano a riappropriarsi del loro potere e della loro dignità, si riduce anche la dipendenza collettiva dall'instabilità del commercio globale. La rinascita culturale porta quindi a una rinascita economica. Possiamo diventare artefici di un mondo migliore, scegliere di nutrirci meglio e in modo più sostenibile, sviluppare una maggiore consapevolezza delle risorse e creare una comunità basata sulla condivisione. 

Invece di pensare agli insetti e a come farli accettare come alimento alle persone, al posto della carne e del pesce, non sarebbe forse più efficace e più sano educare le persone ad un consumo minore di proteine animali, responsabili di molte delle malattie degenerative che affliggono la modernità?

Se c’è un aspetto della scienza della nutrizione che è mal capito e mal comunicato è sicuramente quello che riguarda le proteine, infatti molti si preoccupano della carenza di proteine, ma è praticamente impossibile concepire una dieta carente di proteine, questo vuol dire che si può addirittura creare una dieta totalmente priva di proteine animali, senza nessun problema di quantità di proteine, visto che sono contenute in tutti gli alimenti, anche se può capitare che non siano facilmente digeribili, in quanto spesso l’intestino si è alterato dopo anni di consumo di grandi quantità di cibo grasso, come lo è quello animale. Un problema invece è spesso costituito dall’eccesso di proteine, che ha come effetto una perdita di calcio e l’affaticamento dei reni. I prodotti animali inoltre sono ricchi di grassi, che, quando superano i limiti ragionevoli, contribuiscono a formare nel nostro corpo cisti, fibromi, cancro, obesità, problemi di pelle, malattie cardiovascolari, problemi di fegato, e cistifellea, di diabete e altre malattie degenerative, oltre a problemi di infiammazione come artrosi e artrite.  Tutti problemi di eccessi, quindi la risposta più importante è ridurre.

Perché allora “sdoganare” gli insetti per l’alimentazione umana e non invece ridurre il consumo di proteine animali a una, massimo tre volte alla settimana e rivolgersi piuttosto ai cereali integrali, ai legumi, alle verdure, alla frutta (fresca e secca), alimenti che contengono tutto ciò di cui il nostro corpo ha bisogno? Il valore di un’alimentazione di questo tipo è altissimo in termini di prevenzione di malattie e come fattore di cambiamento, in senso positivo, della vita di ciascuno a partire dallo stato emozionale e psicologico,  è inoltre un approccio sensato ed ecologico al problema alimentare planetario, sia in termini di conservazione delle risorse, sia di non degrado dell’ambiente, grazie ad una dieta molto più naturale, che non impoverisce e non inquina. Le proteine vegetali sono anche una meravigliosa risposta al problema della “fame di proteine” che ha il mondo, fame che le proteine animali possono solo in parte soddisfare a costo di disastri ecologici e per la salute e dell’aumento di nuove malattie, di cui possiamo ringraziare la sperimentazione genetica e la zootecnia moderna.

La via della corretta alimentazione è una strada che, se applicata in massa, anche solo in via di compromesso, cioè non abolendo, ma solo diminuendo certi trend attuali di scelte di consumi, potrebbe invertire la tendenza autodistruttiva così evidente e in fase montante nella società moderna.

Inoltre, se molti facessero questa scelta, non ci sarebbe bisogno di consumare insetti o produrre carne o pesce in laboratorio. 

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