Terrorismo e islamofobia: il caso di Samuel Paty

Dopo gli attentati del 2015 al Bataclan e alla sede del giornale satirico di Charlie Hebdo, è toccato a Samuel Paty, professore di Storia e Geografia del liceo Bois-d’Aulne, di Conflans. Un 18enne, di origine cecena, lo decapita per aver mostrato, durante un corso sulla libertà d’espressione, alcune vignette satiriche sul profeta Maometto. Gli era stata lanciata una fatwa (condanna a morte per blasfemia), dichiara il ministro dell’interno. Aperte ottanta indagini sul web contro chi inneggia all’attentatore. Il governo francese ordina di chiudere moschee e associazioni islamiche. Scattano le proteste in tutto il mondo per l’islamofobia e per l’odio nei riguardi di tutta una comunità islamica che niente ha a che vedere con la violenza e il terrorismo.

 

Sono circa le cinque del pomeriggio, del 16 ottobre 2020, quando il professore Samuel Paty viene decapitato davanti alla scuola Bois-d’Aulne, di Conflans. L’attentatore, un 18enne di origine cecena, Abdoullakh Anzarov, scatta una foto dell’omicidio e la condivide su Twitter. I poliziotti lo fermano. Abdoullakh cerca di intimidirli con un coltello, gridando: “Allah Akbar”. Cominciano a sparare i colpi e il ragazzo muore poco dopo.

Soltanto qualche giorno prima Samuel Paty aveva tenuto una lezione sulla libertà d’espressione, diritto fondamentale di ogni cittadino francese ed europeo. Per farlo, avrebbe utilizzato delle vignette satiriche sul profeta Maometto, del giornale Charlie Hebdo. Le stesse vignette del 2015, che hanno fatto inevitabilmente discutere. In particolar modo una, che ritrae il profeta nudo e accovacciato, con una stella all’altezza dell’ano, con su scritto: “Mahomet: Une étoile est nèe!” (Maometto: è nata una stella!). La vignetta è chiaramente provocatoria e oserei dire un poco offensiva, ma la libertà d’espressione è un diritto fondamentale e, come tale, è giusto che venga rispettata, a prescindere dal fatto che sia capace di urtare la sensibilità dell’individuo o dell’insieme collettivo. D’altro canto, la satira è questa, un’arte che cerca, con un linguaggio pungente, di mettere in ridicolo le concezioni e/o i comportamenti altrui.

Allo stesso tempo, sappiamo tutti che determinate immagini e/o parole possono essere capaci di ferire e ingenerare odio, specialmente se mirate a colpire dei punti molto sensibili, come  possono essere la religione e la cultura. E il professore Samuel Paty lo sapeva bene.  Difatti, sapendo che tali vignette avrebbero potuto urtare la sensibilità dei suoi studenti musulmani, ha lasciato che fossero loro a decidere, se partecipare o meno. Ma tale accortezza non è bastata. Una sua studente, una volta tornata a casa, avrebbe raccontato al padre, Brahim Chnina, della lezione tenuta da Paty, dicendo di essere stata vittima di discriminazione. Cosa alquanto strana, considerando il fatto che, stando a quanto detto dal professore, la ragazza non fosse stata nemmeno presente quel giorno. A ogni modo, il padre, pubblica un video su Facebook, in cui invita i suoi follower a prendere dei provvedimenti contro il professore. E, non contento, si reca in centrale per sporgere denuncia per “diffusione di immagini pornografiche” su Maometto. Il 12 ottobre, il professor Paty si presenta in commissariato, sostenendo di non aver mai commesso alcuna violazione nell’esercizio delle sue funzioni, ma di aver solo proposto ai suoi studenti di scegliere se partecipare o meno alla lezione, in quanto sapeva che le immagini su Maometto avrebbero potuto urtare la loro sensibilità. E inoltre, avrebbe asserito che la studente, che si era lamentata, non fosse stata nemmeno presente quel giorno.

A questo punto, entra in gioco la figura di Abdelhakim Sefrioui, attivista radicale e membro del Collettivo Cheich Yassine, che decide di aiutare Brahim Chnina a pubblicare un altro video. Video in cui vengono lamentate la mancanza di rispetto e la non curanza per l’integrità psicologica degli studenti musulmani. La figlia dice di essere stata presente quel giorno e di non aver mai lasciato l’aula. Di aver visto, dunque, la vignetta di Maometto e di esserne rimasta scioccata. Racconta anche di aver espresso la sua opinione di dissenso per aver mostrato la vignetta e che, il professore, l’avrebbe esclusa dalle lezioni per due giorni, perché di disturbo alla classe. Tuttavia, il preside della scuola, avrebbe disconfermato quanto detto sopra, mettendo in chiaro che la studente è stata espulsa per altre ragioni, che niente hanno a che vedere con le  lezioni tenute dal professore. Infine, l’imam Sefrioui, avrebbe concluso il video, descrivendo il Paty come un delinquente e invitando tutti i musulmani a denunciarlo e a esporre la sua identità.

Nei giorni successivi, il professor Paty denuncia Brahim Chnina per diffamazione, ma ormai il video è diventato virale. Abdoullakh Anzarov, dopo averlo visto, ha avvicinato due studenti della scuola e li ha pagati per farsi indicare il professore. Il 16 ottobre, intorno alle cinque del pomeriggio, si verifica l’attentato.

Il ministro dell’interno francese afferma che, al professore, era stata lanciata una fatwa (in questo caso, una condanna a morte per blasfemia). Una fatwa, ci spiega l’ISCA (Islamic Supreme Council of America), non è necessariamente una sentenza di condanna a morte, anche se talvolta può assumere tale significato. Una fatwa è più propriamente una spiegazione della legge islamica, data da un esperto in materia, in merito a questioni specifiche, che può riguardare qualsiasi aspetto della vita quotidiana (ad es., il matrimonio). In genere, fatta su richiesta di una persona o di un giudice per situazioni in cui la legge è poco chiara. In tal senso, la fatwa se data da un terrorista per una condanna a morte, non dovrebbe avere alcun valore per la legge islamica, a meno che non sia data da un esperto in materia, un Muftì. E per giunta, la legge islamica proibisce severamente chi dà una fatwa, senza averne le competenze. Di fatto, l’imam Sefrioui, nonostante non sia chiaro se sia un Muftì o meno, pubblicando quel video di denuncia sui social, ha dato vita a una fatwa contro il professore. Un brutale omicidio condiviso con un tweet, in nome di Allah.

Gli arresti salgono a 11, tra cui quattro parenti dell’omicida, i due studenti pagati per rivelare l’identità del professore, Brahim Chnina e l’imam Sefrioui. Aperte ottanta indagini contro chi inneggia all’attentatore. Il governo francese ordina di chiudere moschee e associazioni islamiche per contrastare il radicalismo, tra cui la moschea di Pantin, che aveva ricondiviso il video di denuncia sui social, e le associazioni Ong Baraka City e il Collettivo contro l’islamofobia in Francia. Il ministro ha poi dichiarato che saranno visitate altre 51 strutture, delle quali alcune verranno chiuse. Scattano le proteste in tutto il mondo per l’islamofobia e per l’odio nei riguardi di tutta una comunità islamica che niente ha a che vedere con la violenza e il terrorismo.

Nell’incontro tra i leader religiosi mondiali a Sant’Egidio, del 20 ottobre, l’imam di Al-Azhar, Al-Tayyeb, dichiara di non riconoscersi assolutamente nell’atto barbarico del terrorista Anzarov: “Nella mia veste di sheykh di Al-Azhar dichiaro davanti a Dio onnipotente che io dissocio me stesso e i precetti della religione islamica e gli insegnamenti del profeta Maometto da questo peccaminoso atto criminale e da tutti coloro che perseguono questa ideologia perversa e falsa. Allo stesso tempo confermo che insultare le religioni e abusare dei simboli sacri sotto lo slogan della libertà di espressione, rappresenta una forma di ambiguità intellettuale e un esplicito appello all’immoralità (Askanews).”

Ciò che recriminerebbero le comunità islamiche è il fatto di attribuire quest’odio e violenza ai musulmani in generale. “Un vero musulmano non uccide in nome di Dio, non commette stragi, non vuole la guerra. I musulmani condannano le azioni terroristiche. Ogni religione ci insegna che Dio è amore. I musulmani predicano la pace esattamente come i cristiani”, scrive Nicola Isa Comparato de “Il giornale dei musulmani d’Italia.”  Basti pensare che nel bel mezzo dell’attentato avvenuto questo 2 novembre a Vienna, tre ragazzi musulmani hanno aiutato delle persone colpite. Uno dei ragazzi, Mikal Ӧzen, ha detto: “Noi musulmani di origine turca aborriamo ogni tipo di terrore. Siamo per l’Austria, siamo per Vienna. Rispettiamo l’Austria (fanpage.it).” Oppure, basti pensare a Ghali, noto rapper italiano, di religione musulmana, che il 26 ottobre ha pubblicato sul suo profilo Instagram uno sfogo personale contro chi cerca di mettere in cattiva luce la sua religione: “Non c’è capitolo del Corano in cui c’è scritto di uccidere. Chi uccide e chi si vendica non è musulmano. La traduzione letterale di Islam è pace. I media da sempre ci attaccano e cercano di metterci in cattiva luce per interessi economici e politici. Sono innamorato di questa religione e delle forti emozioni che regala, della scrittura e dei racconti nei suoi libri. Ho amici eritrei che mi hanno raccontato che ad Asmara, ci sono chiese affianco a moschee e che due migliori amici di due differenti religioni vanno a pregare nello stesso orario e chi finisce prima aspetta l’altro fuori e tornano in quartiere assieme. Io credo in questo.” Oppure, per fare un altro esempio, in un articolo de “La Repubblica” del 2015, la comunità islamica di Pisa avrebbe partecipato alla manifestazione di solidarietà ai francesi, dopo gli indicibili attacchi terroristici al Bataclan di Parigi. L’imam di Pisa, Mohamed Kahlil, ha affermato: “Non abbiamo nessun bisogno di dissociarci, perché qualsiasi forma di violenza contro civili innocenti è estranea alla nostra religione e alla nostra etica e pratica civile.”

Quel che è chiaro è che non si parla mai abbastanza dell’islam come una religione di pace, che gli atti terroristici commessi dai fanatici religiosi sono l’argomento maggiormente trattato dai media e che, per tale ragione, rischiano di instillare l’idea errata di pensare al musulmano come pericoloso. Purtroppo, siamo facilmente portati al pregiudizio, perché quel poco che conosciamo ci sovviene dalle news che, appunto, quasi mai sono confortanti.  Se i musulmani dichiarano di non riconoscersi in questi atti, una ragione ci sarà. Ma credo anche che dall’altra parte sia difficile per una nazione, come in questo caso quella francese, non tutelarsi. L’idea di Macron di volere fare una riforma contro il separatismo islamico, è forse la strada giusta per ritrovare un sistema capace di far convivere due culture diverse o, al contrario, un modo per alimentare ulteriore tensioni? Non lo so, sta di fatto che la repubblica francese vuole difendere il suo sacrosanto diritto alla libertà di espressione e blasfemia, senza dover rischiare di incorrere in atrocità come quella che ha dovuto subire il professor Paty.

Commenti offerti da CComment