Tra social e realtà: il caso Willy

Tra social e realtà: il caso Willy

Ancora nessuna aggravante razziale per gli  assassini di Willy Monteiro Duarte, 21enne, italo-capoverdiano. L’autopsia  parla di politraumi al torace, all’addome  e al collo. I colpi sono “assestati e non casuali.” C’è stata la volontà di uccidere. Uno dei familiari degli accusati li avrebbe difesi così: “Cosa hanno fatto? Alla fine non hanno fatto niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario.” Il razzismo non si esaurisce qui. Circolano le prime immagini dei Bianchi in posa da duri. La foto di Willy che sorride in classe. E i social, in poche ore, vengono inondati di razzismo.

 

È il 5 settembre. Sono circa le due e mezza di notte quando comincia una lite tra alcuni ragazzi di Paliano e Artena, fuori dal locale “Duedipicche”, a Colleferro, in provincia di Roma. Tutto sembra essere iniziato per dei like e apprezzamenti di cattivo gusto a una ragazza del gruppo di Paliano, Azzurra Biasotti. Alessandro Rosati, il fidanzato, sarebbe andato con fare minaccioso da Mario Pincarelli, cintura nera di Karate, ma Francesco Belleggia lo avrebbe fermato, spiegando che il suo amico si sarebbe comportato così perché ubriaco. Dopodiché, sarebbe intervenuto anche Federico Zurma, un amico di Rosati. Anche lui si sarebbe avvicinato con fare minaccioso, ma  neppure il tempo di sferrare un colpo e Belleggia lo avrebbe spintonato a terra. Scatta la rissa. I due gruppi si spostano al parchetto, a pochi metri dalla caserma. Qualcuno disattiva i lampioni. Nel frattempo, i ragazzi di Artena chiamano i rinforzi: i fratelli Bianchi (Gabriele e Marco), lottatori di MMA. Noti a tutto il paese per spaccio e risse violente. Willy parcheggia la sua Fiat Punto grigia e, quando esce, nota il suo amico Zurma in difficoltà: Belleggia  lo sta aggredendo. Interviene per aiutarlo. La sua intenzione è quella di dividerli. Ma non sa che quella scelta tanto coraggiosa gli costerà la vita.  Irrompono i fratelli Bianchi e la banda di Artena si accende. Prendono a calci e pugni chiunque gli capiti sotto tiro. Non si sa bene cosa sia successo in quei pochi attimi. Secondo alcune testimonianze sono circa venti le persone nel parchetto. Le telecamere della videosorveglianza riprendono solo il buio e alcuni momenti del pestaggio. Zurma scappa, altri amici si nascondono, ma Willy non ha via di scampo. Lo colpiscono più volte. Willy grida di smettere, di non riuscire a respirare. Nessuno che abbia il coraggio di intervenire. Poi un calcio alla pancia. Stramazza a terra. Si rialza. Un pugno alla testa e finisce sul selciato, immobile.  Verso le cinque viene dichiarata la morte di Willy Monteiro Duarte, ventunenne italo-capoverdiano. I Bianchi, Pincarelli e Belleggia vengono accusati di omicidio preterintenzionale, che con l’autopsia e le testimonianze, seppur contraddittorie, diverrà omicidio volontario aggravato da futili motivi. Secondo il referto dei medici i colpi sono stati “assestati e non casuali”, mirati a più organi: torace, pancia e collo.  C’è stata la volontà di uccidere. I Bianchi e Pincarelli finiscono nel carcere di Rebibbia, mentre Belleggia agli arresti domiciliari.  

Anche se per l’omicidio di Willy non è stata ancora confermata l’aggravante razziale, cosa possiamo dire sui fratelli Bianchi? Cosa possiamo dire del razzismo che si è acceso sui social nelle ore e nei giorni successivi?

Partiamo innanzitutto col dire che i Bianchi hanno colpito Willy con l’intento di ucciderlo. Ce lo dice il referto, ce lo dice il fatto che praticassero MMA e ce lo dice l’indifferenza davanti all’agonia di Willy. I Bianchi non hanno ucciso d’impulso, ma a sangue freddo. Sono stati spietati, senza empatia e senza rimorso. Basta pensare al fatto che dopo aver lasciato Willy a terra, agonizzante, sono montati sul Suv e andati diretti ad Artena, al “Nai Bistrot”, locale del fratello Alessandro. E non solo. Nelle ore in cui sono stati interrogati in caserma, uno dei fratelli Bianchi, Gabriele, come se niente fosse, ha postato un video ironico su Facebook. Questo accade due ore dopo la morte di Willy.

Scatta l’indignazione sui social. I testimoni puntano il dito contro i Bianchi. Ormai il quadro è chiaro, deve essere fatta giustizia. Uno dei familiari degli indagati li avrebbe difesi così: “Cosa hanno fatto? Alla fine non hanno fatto niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario.” Il razzismo non si esaurisce qui. Cominciano a circolare le prime immagini dei Bianchi in posa da duri. La foto di Willy che sorride in classe. In quelle ore emergono fior di commenti e insulti razzisti sui social. La polizia postale di Latina apre un’indagine. In particolare è stata approfondita l’indagine sul profilo Facebook di Manlio Germano, uomo di Latina che ha condiviso una foto postata da Gabriele Bianchi, e ha scritto: “Come godo che avete tolto di mezzo quello scimpanzé, siete degli eroi.” Gli investigatori, inizialmente, ipotizzano che possa essere un profilo fake, ma poco più di una settimana dopo, l’autore del post viene smascherato. Dietro il profilo si scopre uno studente universitario di ventitrè anni, trevigiano. Il ragazzo dovrà rispondere all’accusa di istigazione a delinquere aggravata dall’odio razziale.

Il videomaker Di Folco, in una diretta Facebook si lascia andare a dichiarazioni razziste, sostenendo che Willy sia morto per sua scelta, perché di colore. “Per me sempre immigrato sei, perché in Italia non esistono persone nere. Rimarrai sempre un immigrato, anche se hai una cittadinanza. Per me sei italiano quando sei bianco.” Cominciano i primi insulti. La diretta diventa virale in poco tempo e Di Folco cerca di scusarsi rilasciando un comunicato stampa, in cui afferma che le sue incaute dichiarazioni sono state esposte sulla base di una falsa notizia che gli sarebbe pervenuta da terzi.

Sempre nelle stesse ore circolano sul web degli insulti razzisti rilasciati su Facebook dai fratelli Bianchi, circa 9 anni fa. Commenti che non hanno niente a che vedere con la vicenda di Willy, ma che ci portano comunque a pensare che la violenza perpetrata possa essere stata mossa da odio razziale.

Stefano Sorci pubblica un post sul proprio profilo Facebook, in cui racconta la sua spiacevole esperienza con i fratelli Bianchi e la loro banda. Era una sera d’estate, quando entrarono nel suo locale. Anche se non accadde nulla di particolare, Stefano si ricorda molto bene di quel momento, perché calò subito il silenzio. Le prime domande intimidatorie: “Chi è che comanda qua dentro?” Altre mille domande. L’atmosfera pesantissima. “Hanno bevuto, hanno fatto casino, hanno brindato, hanno ruttato, e sono ripartiti sgommando sul Suv, come cani che hanno appena pisciato su un territorio nuovo e se ne vanno soddisfatti. Ho chiuso a chiave e mi sono diretto a casa. Ho iniziato a tranquillizzarmi soltanto lì.”  È così che facevano i Bianchi, si muovevano in branco, terrorizzavano chiunque in ogni dove. Come racconta anche un ragazzo, intervistato da Fanpage: “Le persone cercano di evitare il contatto con loro per diversi episodi di violenza successi in passato. Trovano sempre il modo di attaccare in cinque contro uno … Qualche mese fa in un locale di Colleferro hanno spaccato la faccia a un ragazzo, gli hanno dovuto mettere 20 punti. Il modus operandi è sempre lo stesso: il piccolo del gruppo va a rompere le palle a qualcuno, poi quando la situazione si surriscalda, va a chiamare i grossi. Hanno preso loro ma è tutta la comitiva che si comporta così.”

Il 19 settembre la famiglia di Willy pubblica un post sulla propria pagina “@ilsorrisodiwilly”, in cui chiede di non strumentalizzare la morte di loro figlio per scopi politici: “Per quanto condanniamo e reputiamo profondamente sbagliati sentimenti come il razzismo, Willy è stato vittima di crudeltà e ferocia ingiustificata, che non aveva colore né razza. E noi della famiglia riteniamo tutti uguali. Nessuno deve più morire così! Noi vorremmo che Willy fosse un messaggio di Amore, di Altruismo e di Coraggio, perché è questo che lui era. Per questo vi chiediamo che i termini di questi importanti eventi e dei vostri interventi siano di non violenza, di pace e soprattutto di uguaglianza. Ci dissociamo da qualsiasi evento e iniziativa che strumentalizzi la memoria del nostro caro. Vi ringraziamo col cuore per la vicinanza che ci state dimostrando, con la speranza che rispettiate la nostra volontà."

Pur rispettando la volontà dei familiari di Willy, è inevitabile che resti ancora un grande punto interrogativo sul perché non sia stata ancora confermata l’aggravante razziale. Quel che sappiamo è che i Bianchi e la loro comitiva hanno ucciso Willy volutamente. Lo hanno colpito più volte, indifferenti alla sua agonia. L’autopsia parla di politraumi: alla pancia, al torace e al collo. Alcuni testimoni dicono di aver visto gli accusati precipitarsi sul corpo di Willy quando era già a terra, inerme. Al parchetto dovevano esserci circa venti persone, eppure l’unico a morire è stato Willy, 21enne, italo-capoverdiano. Una mera coincidenza, oppure figlia di un profondo odio razziale?

Si potrebbe dire che i fratelli Bianchi fossero soltanto dei violenti, che si facevano forza in branco, che si divertivano a terrorizzare e picchiare i più deboli, senza distinzione di razza, di colore. Ma il punto interrogativo si è fatto ancora più grande negli ultimi giorni: i fratelli Bianchi hanno numerose denunce a carico per aggressioni (pestaggi) a sfondo razziale. E non a caso, tutte le loro vittime hanno certamente una cosa in comune: il colore della pelle.

Da dove nasce tutto quest’odio?

Dopo la morte di Willy, inspiegabilmente, un’ondata di razzismo ha invaso i social. I giornali hanno descritto la vittima come un bravo ragazzo, ben integrato, quasi a voler ricordare che egli non fosse “il solito immigrato.”. Ma allora io mi chiedo, cosa sarebbe cambiato se al posto di Willy ci fosse stato un venditore ambulante o un senzatetto, o altro, sempre di origini capoverdiane? Sarebbe stato lo stesso? Avrebbe ottenuto la stessa risonanza mediatica?

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