DOPO IL LOCKDOWN: Riflessioni dalla stanza della psicoterapia

DOPO IL LOCKDOWN: Riflessioni dalla stanza della psicoterapia

Voci dalle professioni:la dott.ssa Francesca Viacava, psicoterapeuta, ci offre uno sguardo nel mondo emotivo ed esistenziale del post quarantena. Il fermarsi, lo stare con sé stessi, ma anche il timore della malattia e della morte, hanno riportato le persone a ripensare il senso della propria esistenza.

In questi mesi consecutivi al Lockdown nazionale sono molte le riflessioni che ho fatto partendo dalla gente comune, dai miei pazienti e dalla popolazione gravemente colpita da questo stato di emergenza.

Mi sono soffermata in particolare su quanto all’inizio di questa pandemia era stato scritto da giornali e socialnetwork: “ne usciremo migliori”, “questa esperienza arricchirà”, “troveremo unità” e “andrà tutto bene”. Dai balconi si suonavano canzoni, l’inno nazionale, si applaudivano i medici e gli infermieri, si stendevano striscioni. La sensazione di stare vivendo qualcosa di unico e del sacrificio nazionale dava inizialmente l ‘impressione di vicinanza, di sostegno reciproco.

Dico inizialmente perché, superando questo contenuto superficiale e mediatico, ma scavando più a fondo nei pensieri ed emozioni generate da questi propositi, mi sono accorta di come invece questi mesi di chiusura fisica sono stati un “attivatore” per tutte quelle situazioni che non si volevano guardare. Stare fermi, nella modalità forzata, ha riconsegnato a ognuno la possibilità di sentirsi, ognuno nelle proprie case e famiglie smettendo di vivere un’esistenza “fuori da sé”. Un fermarsi che ha avuto più o meno inconsciamente la valenza di un “obbligo di fermata” che ha costretto tutti quanti, me compresa, a riflettere. Proprio da questo arresto, nel silenzio della città svuotata, mi sono nate delle domande: eravamo pronti ad accogliere dentro di noi questi improvvisi nuovi contenuti? Cosa sarebbe successo dopo? Quali cambiamenti si stavano preparando per essere esperiti e vissuti?

Devo dire che nel malessere interiore già diagnosticato, questo fermo ha avuto un effetto benefico nei mesi di riapertura alle attività; la maggior parte delle persone, già seguita in un percorso di psicoterapia, ha avuto modo di poter riprendere e riattivare tutto quanto, in loro stessi, non seguiva il ritmo della vita pre-chiusura. Hanno avuto spazio e tempo per dormire, leggere, guardare un film, stare in silenzio, lavorare da casa, parlare con i familiari. È importato poco il suono delle ambulanze quando il loro suono sofferente interiore doveva guarire e riprendere respiro. In questa ottica si può segnare una linea di demarcazione tra pre e post Lockdown. Un vantaggio nella stanza della terapia per poter fare altre riflessioni, nella riscoperta di nuovi spazi interiori, di idee e sentimenti. Spazi tenuti chiusi e cristallizzati che avevano bisogno di attualizzarsi in un ritmo umano, con una nuova percezione rivitalizzata dalle proprie risorse interiori, nonostante l‘aumento dello stress traumatico dettato dall’emergenza.

Ma di che stile di vita stiamo parlando in questi casi di disagio? Una vita che costringe spesso a doverlo negare perché non permette la dimensione della lentezza, di un ritmo personale. Una società nevrotica che impone omologazione e produzione a ogni costo, che rende distonica la percezione di sé stessi in relazione agli altri, aumenta le aspettative e genera diverse patologie, la maggior parte delle quali ascrivibili alle difficoltà emotive, al dominio della volontà come unica risorsa, alla mancanza di scopi e negazione del sentire. Negazione che spalma per ogni fascia d’età un nichilismo generale, ma tocca soprattutto i più giovani.

Eppure, la vera emergenza originata dalla chiusura appartiene a tutte quelle persone che già prima della pandemia percepivano delle difficoltà ma avevano accettato dei compromessi con loro stessi e con la società; un’emergenza che ha slatentizzato disturbi patologici gravi in ogni ambito. E non mi riferisco solo a coloro che facevano finta o speravano che fosse il tempo ad aggiustare i problemi. Mi riferisco in particolare a tutte quelle realtà dove la rete di sostegno sociale è venuta a mancare, non solo a livello istituzionale, ma nei legami umani che in qualche modo permettevano a molti di non crollare definitivamente.Sono molteplici le realtà dove già prima della pandemia permanevano difficoltà: da quelle economiche, alle famiglie con figli disabili, malati oncologici, immigrati e la lista sarebbe davvero lunga. Il nostro vivere quotidiano oggi ci fa confrontare con una realtà che ha portato alla luce molta sofferenza umana e sociale a cui ognuno di noi, indipendentemente dalla professione esercitata, dovrebbe dare ascolto e risposte concrete. In questo ascolto c’è un altro elemento che mi porta a riflettere in questo tempo.

I mesi della pandemia hanno fatto vivere a ognuno di noi un quotidiano che veniva bombardato, da ogni canale televisivo, da messaggi fortemente incentrati sulla paura dell’ignoto e sulla morte. Questi argomenti hanno generato troppi esperti in materia e causato tanta confusione e smarrimento. Quando l‘essere umano si trova davanti alla confusione, o ci partecipa o la nega o si chiude in sé stesso.

Mentre è sotto gli occhi di tutti la dimensione della negazione del problema e la partecipazione alla confusione generale, soprattutto per fini egoistici, quello che più mi è interessato è approfondire la riflessione sulla chiusura interiore, poiché ha riportato alla luce la più grande paura dell’uomo, la sua mortalità.

Il tema della morte e la sua angoscia in questi mesi sono diventati il cuore della questione. Ogni persona ci deve fare i conti poiché questa malattia può portare in molti casi in quella direzione. L’aspetto simbolico e immaginativo di questo tema assume oggi molta rilevanza, perché ci costringe a misurarci con la nostra fragilità, la precarietà, il limite della scienza. In una società in cui domina la logica lineare, questa epidemia ci fa fare i conti con la verità della nostra angoscia davanti alla morte. Ci porta ad affrontare altre domande importanti, sia filosofiche che spirituali: da dove vengo, come vivo, dove sto andando, che senso ha la mia vita. Domande esistenziali che ci aprono molteplici interrogativi in un momento di una ripresa alla normalità. Come ci vogliamo misurare davanti alle nostre più grandi incertezze e al mistero che circonda la nostra fine in questa terra? Quale senso si può attribuire alla propria vita quando possiamo morire in poco tempo? Che senso ha quello che ho fatto fino a ora? Se posso morire, quali sono davvero le persone che amo?

Le riflessioni sul senso della morte e della vita sono le più antiche nella storia dell’umanità e attraversano molteplici discipline, compresa la psicologia stessa da almeno un secolo. Non è stato sicuramente facile vivere ogni giorno con la costante paura di poter morire. Paura amplificata da un continuo richiamo esterno e mediatico. Lo stress generato deve sicuramente essere ancora smaltito e da qui l’appello di psicologi e psichiatri delle varie task force nel mondo, allestite per arginare l’impatto del virus,“La salute mentale è un bene prezioso e una risorsa nazionale e dovrebbe essere prioritaria allo stesso modo della salute fisica”.

La stanza della terapia è un luogo dove emergono in questi mesi queste domande e dove si riconsegna alle persone l’opportunità di trovare delle risposte. La vera opportunità è poter partire da questa angoscia senza negarla ma cercando di trovare per ognuno un senso, un modo per poter trasformare la paura nella più grande gioia e soddisfazione di vivere.

Al di là dei numeri e delle evidenze diagnostiche, questa strana estate del Covid-19 e l’approssimarsi dell’autunno che ci attende pieno di incognite, potrebbe rappresentare un momento di raccolta di una grande occasione generale per riflettere, ampliare le proprie conoscenze e orizzonti sulla vita, la sua bellezza e fragilità.

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