L’influenza sociale: amica o nemica?

L’influenza sociale: amica o nemica?

“Noi perdiamo tre quarti di noi stessi per essere come le altre persone.” Arthur Schopenhauer

 

Gli psicologi sociali chiamano «dilemma sociale» un conflitto in cui l’azione più favorevole per un individuo, se estesa a più persone, diventa nociva per tutti. In altre parole: l’interesse immediato del singolo è in contrasto con l’interesse a lungo termine del gruppo.

Le persone che, ad esempio, hanno scaricato gratis da Internet il nuovo romanzo di Stephen King hanno avuto un vantaggio diretto perché stanno lasciando il compito di pagare ad altri; se tutti, però, avessero seguito questo tipo di comportamento, questa stessa azione, ma svolta da un gruppo di individui, sarebbe diventata nociva. In questo modo lo scrittore avrebbe smesso di guadagnare e, di conseguenza, di scrivere romanzi.

In psicologia sociale i dilemmi sociali vengono divisi in due categorie: le trappole collettive e i recinti collettivi.

Le trappole collettive presuppongono che i comportamenti vantaggiosi per gli individui producano un danno per il gruppo (e anche per l’individuo) se sono messi in atto da un numero sufficiente di persone. Un classico esempio in tal senso è quello della “tragedia dei pascoli comuni” che si verifica quando i pastori di un villaggio, con a disposizione dei pascoli da utilizzare in comune, fanno crescere il numero di capi dei loro greggi fino al punto che i pascoli comuni non sono più sufficienti per tutti e ciò si traduce in un danno per l’intera comunità.

I recinti collettivi presuppongono che risultati negativi per il gruppo (e per l’individuo) si producano quando un numero sufficiente di persone evita comportamenti che possono risultare cari se svolti individualmente. Ad esempio, quando un gruppo di persone trae beneficio da un servizio pubblico senza pagarlo (es. prendere il bus senza fare il biglietto), può accadere che, non raggiungendo un minimo di contributi individuali, il servizio potrebbe fallire ed essere abolito.

Una delle tecniche più comunemente impiegate per studiare il conflitto fa ricorso a un gioco, teorizzato da Flood e Dresher e messo in atto negli anni cinquanta dal matematico Albert W. Tucker, chiamato «il dilemma del prigioniero», che simula la situazione nella quale si trovano due individui sospettati di aver commesso un crimine e trattenuti presso una stazione di polizia dove non hanno la possibilità di comunicare tra loro e, per questo motivo, vengono posti in stanze separate. A ciascuno di loro viene detto che la polizia non ha prove e che può scegliere fra due alternative: confessare o non confessare. Se nessuno dei due confessa nessuno dei due potrà essere condannato per il delitto in questione, ma potrebbero essere entrambi condannati per delitti minori e avere una pena minima. Se confessano entrambi verranno ambedue condannati per il reato più grave, ma il magistrato che li interroga fa presente che chiederà l’assoluzione per chi confessa. In pratica, se i sospettati si fidano l’uno dell’altro la cosa migliore è non confessare. Se uno dei due pensa che l’altro non confesserà, potrebbe decidere di confessare per trarre vantaggio dall’aiuto fornito alla polizia. Con tale strategia potrebbe egoisticamente aspirare a una piena assoluzione a discapito del compagno.
I due prigionieri coopereranno per ridurre al minimo la condanna di entrambi o uno dei due tradirà l’altro per minimizzare la propria?

È questo un classico esempio di conflitto a motivazione mista, in quanto contrappone il desiderio delle persone di badare al proprio interesse a quello di pensare anche al proprio partner. Per riuscire a capire come gli individui risolvano questo conflitto gli psicologi sociali hanno chiesto a dei soggetti di svolgere questo e altri giochi simili in centinaia di studi. Invece di ricorrere alle pene detentive, i ricercatori di norma impiegano il denaro o il punteggio degli esami come ricompensa, e chiedono ai partecipanti di svolgere il gioco in più riprese.

Le azioni delle persone in questi giochi sembrano riflettere i numerosi conflitti della vita quotidiana. Per poter rinvenire una soluzione desiderabile per entrambe le parti le persone devono fidarsi reciprocamente. Spesso non lo fanno, e questa mancanza di fiducia conduce a una sorta di competizione, finché nessuno risulta vincitore. Una simile escalation di conflittualità si nota anche in molti casi di coppie che stanno per divorziare. Spesso lo scopo sembra essere più quello di fare del male all’altro che di soddisfare i bisogni propri o dei figli. Entrambi finiscono così per soffrire e per rimetterci più di quanto avrebbero fatto, se soltanto avessero provato a collaborare.

Nonostante ciò, diversi lavori hanno dimostrato come determinate condizioni tenderanno ad aumentare la cooperazione, facendo sì che entrambe le parti ottengano un risultato finale positivo. Ad esempio, se gli individui giocano con un amico o se prevedono di interagire in futuro con il partner, adottano con maggiore probabilità una strategia cooperativa che massimizza tanto il loro, quanto il guadagno del socio. È da notare, quindi, come modificando il frame (cioè la cornice) attraverso cui viene presentata una prova, è possibile produrre dei risultati anche molto diversi.

Un altro lavoro, condotto con studenti cinesi di Hong Kong, ha rivelato che mostrare alle persone dei simboli della cultura cinese prima del gioco (ad esempio un dragone) le rendeva più cooperative, mentre mostrare dei simboli della cultura americana (la bandiera) le rendeva più competitive (Wong e Hong, 2005). Per aumentare la cooperazione possiamo anche cercare di comunicare all’altro che ci fidiamo di lui e che, di conseguenza, non proveremo a danneggiarlo. Una possibilità, nel caso del dilemma del prigioniero, è scegliere l’opzione collaborativa e mantenere questa scelta nel corso delle diverse prove, mostrando così al nostro partner che non stiamo tentando di approfittarci di lui. Il problema è che così facendo diventiamo un bersaglio facile, sicché il nostro partner sa che in ogni momento si può approfittare di noi scegliendo l’opzione non collaborativa. Una scelta migliore, in questo caso, è la strategia tit-for-tat: si comincia con la risposta cooperativa e, quindi, si sceglie qualunque opzione sia stata scelta dal partner nella mossa precedente. Questa strategia comunica la disponibilità a cooperare e l’indisponibilità a lasciarsi sfruttare dall’altro.

È abbastanza difficile essere efficienti senza essere dannosi, affermava Kin Hubbard, e, se ci soffermiamo a pensarci, questa citazione ha una sua verità. Le persone pensano per sé. Messi di fronte all’occasione di venire graziati, come nel caso del dilemma del prigioniero, entrambi penserebbero solo al proprio tornaconto e finirebbero per confessare. In sostanza non esiste una soluzione che sia migliore rispetto a un’altra, ma due singole strategie dominanti.

Quando ci ritroviamo completamente da soli, senza stimoli esterni, a dover prendere una decisione, non siamo sottoposti all’influenza sociale e cercheremo di trovare una soluzione che sia il più possibile efficiente per noi, attuando delle strategie in cui ciascun giocatore effettua la migliore scelta possibile sulla base delle aspettative di scelta dell’altro giocatore.

Il dilemma del prigioniero potrebbe essere risolto fornendo ai due giocatori la possibilità di comunicare tra loro in modo tale da essere in grado di controllare la decisione dell’altro e trovare una soluzione che sia ottimale per entrambi. Gli atteggiamenti spesso si modificano in risposta a un’influenza sociale. Ogni nostro atteggiamento può venire influenzato dalle azioni o dalle parole degli altri.

Le informazioni sono uno dei prodotti fondamentali della nostra interazione con gli altri. Spesso ci capita di non sapere cosa fare in una situazione, o addirittura di non sapere cosa stia accadendo, soprattutto nei casi in cui siamo chiamati ad affrontare qualcosa di nuovo e mai affrontato prima. Il mondo sociale è spesso ambiguo e poco definito. In numerose situazioni quotidiane ci sentiamo insicuri su cosa fare o pensare. Non abbiamo i dati sufficienti per fare una scelta buona e precisa ma, per nostra fortuna, disponiamo di una potente e utile fonte di conoscenza: il comportamento degli altri. Chiedere alle altre persone che cosa stiano facendo o vedere che cosa fanno ci aiuta a definire una situazione. Scegliere di conformarci agli altri non vuol dire non avere piena fiducia di noi stessi ma il comportamento degli altri è, senza dubbio, fonte di informazione e ci aiuta a scegliere le azioni appropriate. Una caratteristica fondamentale di questo processo, che prende il nome di influenza sociale informazionale, è che essa può anche condurre all’accettazione privata, in cui gli individui fanno propria la definizione della situazione che hanno appreso dagli, o con, gli altri.

Esiste anche un’altra ragione, oltre al bisogno di informazioni, che ci spinge verso il conformismo ed è il desiderio di essere graditi e accettati dagli altri. Di fronte a questo bisogno umano fondamentale di compagnia, non sorprende che spesso ci conformiamo per essere accettati da chi ci circonda. Far parte di un gruppo ci rende forti e la paura di essere rifiutati è particolarmente temibile soprattutto nella fase della vita nella quale la rappresentazione di Sé è messa drammaticamente in discussione, quindi tra i più giovani. Naturalmente, quanto maggiore è l’importanza di questo gruppo per la persona, tanto maggiore sarà il timore di essere escluso e, conseguentemente, la tendenza a conformarsi alla maggioranza.

Di fronte alla maggioranza siamo sempre pronti ad adattarci e a mettere in discussione le nostre idee ma, solo perché un’idea è condivisa da molti, non vuol dire che sia ‘giusta’. Le nostre idee, anche se controcorrente, meritano sempre di essere espresse. Non sempre essere uguali è sinonimo di sentirsi accettati. Al conformismo si contrappone l’anticonformismo, che sostiene la libertà di esprimere il proprio modo di essere in pubblico, senza nessuna censura o paura. Nella nostra società odierna è quasi difficile essere se stessi, il conformismo spesso è indotto dai social media che, come sappiamo, occupano un ruolo di spessore ormai nella vita di tutti noi. Siamo così sicuri che, a volte, l’influenza degli altri non ci danneggi? Perché crediamo di poter rivoluzionare il mondo soltanto occupando un posto in un gruppo? Dovremmo tenere a mente che “non potrà esserci nessuna rivoluzione di massa finché non vi sarà una rivoluzione personale, a livello individuale. Prima deve avvenire all’interno.” (Jim Morrison).

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