Pregiudizio e altre forme di discriminazione: sei libero solo se son liberi tutti

Pregiudizio e altre forme di discriminazione: sei libero solo se son liberi tutti

“Ci sono armi che sono semplicemente pensieri, atteggiamenti, pregiudizi, che si possono trovare solo nelle menti degli uomini.” - Rod Serling.

Ti è mai capitato di sentirti osservato e giudicato per qualche tua particolarità, per la religione che professi o per la tua nazionalità? Ti è mai capitato di sentirti diverso, inadatto? Sei mai stato deriso, picchiato, con l’unica colpa di essere soltanto te stesso?

O, diversamente, ti sei mai sentito prevenuto nei confronti di un’altra persona? Hai mai giudicato, ingiuriato o diffamato qualcuno?

Il pregiudizio è un atteggiamento. Con questo termine ci si riferisce ad una particolare tendenza psicologica, che viene espressa valutando le persone che appartengono a gruppi, percepiti come significativamente diversi dal nostro. Nonostante l’attenzione degli psicologici sociali sia principalmente rivolta ai pregiudizi negativi, tecnicamente, esistono anche quelli positivi. Chiunque abbia cercato di comprendere le persone, che hanno un pregiudizio radicato nei confronti di alcuni gruppi sociali, sa quanto sia difficile operare un cambiamento nella loro mente. “È più facile spezzare un atomo, che un pregiudizio”, avverte Albert Einstein. Alcuni individui diventano sordi di fronte ad argomentazioni logiche e razionali, quando vengono posti di fronte ai loro pregiudizi. Ciò accade per due motivi.

In primo luogo, la componente affettiva dell’atteggiamento tende a rendere la persona con pregiudizio particolarmente resistente alle argomentazioni razionali, si sa, infatti, che le spiegazioni logiche non hanno alcun effetto sulle emozioni. Questa difficoltà a modificare il pregiudizio attraverso argomenti logici è stata chiaramente dimostrata da Gordon Allport nel suo libro La natura del pregiudizio (1954).
Allport, a tal proposito, cita un dialogo fra il signor X e il signor Y:

Mr X: Il guaio degli ebrei è che si occupano soltanto della loro razza.

Mr Y: Ma gli atti relativi alla campagna comunitaria dimostrano che essi danno più generosamente, in proporzione al loro numero, rispetto ai non ebrei.

Mr X: Ciò dimostra solo che cercano continuamente di ottenere favori e d’intrufolarsi dappertutto. Non pensano ad altro che ai soldi: del resto quasi tutti gli ebrei sono banchieri.

Mr Y: Ma una recente ricerca dimostra che la percentuale degli ebrei introdotta nelle attività bancarie è trascurabile, assai minore di quella relativa ai non ebrei.

Mr X: È vero: essi rifuggono dai lavori dignitosi; bazzicano nel mondo del cinema o gestiscono locali notturni.

Poiché il signor X è emotivamente coinvolto, non si sente particolarmente toccato dalle argomentazioni logiche che gli vengono presentate. In effetti, il signor X dice di non preoccuparsi dei fatti, poiché ha già raggiunto le sue convinzioni. Non fa quindi alcun tentativo di confutare i dati presentati dal signor Y, ma continua il suo ragionamento, operando una distorsione dei fatti, per giustificare la sua ostilità nei confronti degli ebrei, o semplicemente li ignora, per passare ad un nuovo attacco. L’atteggiamento preconcetto rimane intatto, nonostante il fatto che gli argomenti logici del signor X siano stati smantellati.

La seconda ragione per cui risulta difficile ridurre il pregiudizio, risiede nel fatto che l’atteggiamento tende a organizzare il modo in cui si elaborano le informazioni rilevanti. Nessuno di noi è completamente sicuro dell’esattezza delle informazioni che elabora; il modo in cui procede la mente umana non è quello di considerare semplicemente gli eventi oggettivi. Gli individui, che possiedono delle opinioni specifiche su certi gruppi, elaborano le informazioni su di essi in maniera diversa da come procedono rispetto ad altri gruppi sociali. Più specificamente, faremo più attenzione all’informazione coerente con le nostre opinioni rispetto a un gruppo bersaglio, le richiameremo più spesso alla mente e le ricorderemo meglio delle informazioni che non sono coerenti con le nostre opinioni (Bodenhausen 1988; Dovidio, Evans & Tyler, 1986; Wyer, 1988). Applicando questi effetti al pregiudizio, possiamo vedere che, ogni volta che un membro di un gruppo si comporta secondo le nostre aspettative, tale comportamento conferma e spesso rafforza il nostro stereotipo. Quest’ultimo, allora, diventa particolarmente resistente al cambiamento.

Le credenze stereotipate, combinate con delle emozioni negative, possono tradursi in un comportamento scorretto o addirittura violento. Si parla in questo caso di discriminazione, definita come un’azione ingiustificata negativa o dannosa verso i membri di un gruppo, semplicemente a causa della loro appartenenza a quel determinato gruppo. Stereotipi e pregiudizi possono infiltrarsi ed esprimersi a livello comportamentale in maniera molto potente.

Il pregiudizio può manifestarsi anche attraverso microaggressioni. Le microaggressioni hanno molte forme. In un esperimento sul campo, alcuni ricercatori (Hebl et al. 2002) hanno cercato di verificare se gli omosessuali vengano discriminati sul lavoro. Sedici studenti universitari (otto maschi e otto femmine), in realtà complici dei ricercatori, fecero domanda per un posto di lavoro nei negozi locali. In alcune delle interviste vennero presentati come omosessuali, in altre no.

I ricercatori si concentrarono su due tipi di discriminazione: formale e interpersonale. Per valutare la discriminazione formale, cercarono di determinare se esistessero differenze in ciò che il datore di lavoro diceva loro circa la disponibilità di lavoro, se permettesse loro di riempire il modulo di domanda e se il datore permettesse loro di usare il bagno. Su questi aspetti i ricercatori non riscontrarono differenze significative, non vi erano prove di comportamenti discriminatori contro chi veniva descritto come omosessuale. Esistevano però forti motivi per indicare, dall’altro lato, l’esistenza di discriminazione interpersonale verso coloro che venivano descritti come omosessuali. I datori di lavoro erano meno positivi verbalmente, passavano meno tempo a intervistarli, scambiavano meno parole con loro e stabilivano un minor contatto visivo. In altre parole, il loro comportamento rendeva chiaro che i potenziali datori di lavoro si trovavano a disagio o comunque mantenevano una maggiore distanza.

Negli ultimi cinquant’anni i cambiamenti normativi hanno portato a una diminuzione dei comportamenti discriminatori. Ciò non significa tuttavia che il pregiudizio sia stato sradicato, anzi, è diventato più sottile. Molte persone infatti sono diventate più attente: apparentemente si comportano senza pregiudizi, ma dentro di sé mantengono i propri stereotipi. Questo fenomeno viene chiamato pregiudizio moderno: i pregiudizi della gente si manifestano in maniera nascosta e indiretta, perché gli individui hanno imparato a celarli nelle situazioni in cui potrebbero essere accusati di razzismo.

Visto che molte persone non vogliono ammettere i loro pregiudizi, conviene studiare il pregiudizio moderno attraverso misure indirette o non intrusive. Jones e Sigall (1971) hanno creato un congegno, il bogus pipeline, che misura gli atteggiamenti concreti dei partecipanti, riuscendo ad eludere la desiderabilità sociale. Il bogus pipeline è una strumentazione che viene descritta ai partecipanti come una macchina della verità. In realtà, si tratta solo di un mucchio di apparecchiature elettroniche, che non vengono utilizzate per misurare alcunché. La prova dell’efficacia di tale paradigma è dimostrata dal fatto che, quando i partecipanti devono indicare i loro atteggiamenti attraverso un questionario con carta e matita (dove è più semplice dare delle risposte “socialmente giuste”), forniscono delle risposte molto meno razziste, rispetto alla condizione in cui devono indicare i loro atteggiamenti, mentre  sono sottoposti al bogus pipeline (che credono una macchina della verità).

Il 25 novembre 2006 nel Queens, New York, un poliziotto sparò 50 proiettili a Sean Bell, afroamericano disarmato, che si trovava in un parcheggio davanti ad uno strip club. Questo esempio ci dice che spesso i poliziotti devono prendere decisioni affrettate in condizioni di stress e hanno poco tempo per fermarsi ad analizzare, se qualcuno costituisce una minaccia oppure no. Nel caso di cronaca appena descritto, sarebbe importante capire se la decisione del poliziotto è stata influenzata dall’etnia della vittima. Si sarebbe comportato diversamente se l’individuo fosse stato bianco?

Questa domanda ha portato i ricercatori a ricreare la situazione in laboratorio, creando uno strumento ad hoc, denominato Police Officer’s Dilemma. In questo compito i soggetti guardano delle fotografie di giovani uomini in situazioni realistiche. Metà delle foto rappresenta giovani afroamericani e l’altra metà bianchi. Inoltre, metà degli individui possiede un oggetto minaccioso (ad esempio un’arma), l’altra metà oggetti assolutamente innocui. I soggetti presi in esame devono premere il tasto spara se l’uomo della foto ha la pistola e non spara se non ce l’ha. Come il poliziotto della cronaca, essi hanno poco tempo per pensare. I risultati a questo test hanno mostrato che i soggetti bianchi sono particolarmente portati a sparare quando la persona raffigurata nella fotografia è afroamericana, indipendentemente dal fatto che abbia o meno una pistola in mano.

Questi risultati dimostrano che in molte persone i pregiudizi si nascondono a un livello molto superficiale. Spesso, senza nemmeno esserne consapevoli, le nostre convinzioni sono poi quelle della nostra società. Un esempio è la credenza generale che vuole le donne più loquaci e simpatiche, mentre gli uomini più competenti e aggressivi.

Consideriamo lo stereotipo che le donne siano più loquaci degli uomini. In un esperimento, alcuni psicologi (Mehl et al., 2007) hanno preso in esame un campione di donne e uomini, dei quali erano state registrate le conversazioni quotidiane: i ricercatori non trovarono differenze nel numero di parole pronunciate: entrambi i generi usavano circa 16.000 parole al giorno, fu riscontrata però un’ampia variabilità a livello individuale, indipendentemente dal genere.

Per contrastare gli stereotipi legati al genere, da più di una decina d’anni, Peter Glick e Susan Fiske (2001) hanno raccolto dati su circa 15.000 uomini e donne di 19 nazioni diverse e hanno riscontrato che vi sono due forme di pregiudizio legate al sessismo: il sessismo ostile e il sessismo benevolente. I sessisti ostili hanno visioni stereotipiche delle donne e le ritengono inferiori agli uomini. Ma avere sentimenti positivi stereotipici verso un gruppo, come fanno i sessisti benevolenti, può risultare altrettanto dannoso. Secondo Glick e Fiske, al di là delle apparenze, i sessisti benevolenti danno per scontato che le donne rappresentino il sesso debole. Essi tendono a idealizzarle romanticamente, possono ammirarle per le loro capacità di cuoche o di madri e possono proteggerle, anche quando non ne hanno bisogno. Nell’analisi finale, pertanto, sia il sessismo ostile sia quello benevolente, anche se per ragioni diverse, servono a giustificare i ruoli sociali tradizionali e stereotipati delle donne.

Cosa è che rende le persone affette da pregiudizio? L’ostilità nei confronti degli altri fa parte del nostro meccanismo biologico di sopravvivenza, che tende a favorire la propria famiglia, tribù o etnia? Gli psicologi evoluzionisti sostengono che tutti gli organismi mostrano attitudini più favorevoli nei confronti di chi è geneticamente simile e  tendono a mostrare paura e avversione verso gli organismi differenti.

Una delle cause più ovvie di conflitto e di pregiudizio è la competizione per le risorse, per il potere politico e per lo status sociale. La teoria del conflitto sostiene che, quando le risorse sono limitate, si può creare un reale conflitto fra gruppi. Un caso particolare della teoria del conflitto fa riferimento al ruolo del capro espiatorio (Allport, 1954). Come abbiamo visto, quando i tempi sono difficili e vi è povertà, gli individui hanno la tendenza a colpire i membri del gruppo in cui non si identificano e con cui sono in competizione diretta per le scarse risorse.

Gli esperimenti di laboratorio ci aiutano a chiarire le dinamiche che sottostanno al fenomeno del capro espiatorio. In generale emerge che gli individui, quando sono frustrati o infelici, tendono a mostrare più aggressività nei confronti dei gruppi che sono non graditi e relativamente privi di potere.

Ma come si può ridurre il pregiudizio? Quando nel 1954 la Corte Suprema americana abolì la segregazione scolastica, gli psicologi sociali ritennero che ciò avrebbe portato alla riduzione del pregiudizio e che il contatto fra bambini di diverse etnie avrebbe aiutato a sconfiggere questo fenomeno. Nonostante ciò, nella realtà dei fatti, Stephan (1978) trovò però che nelle scuole in cui era stata abolita la segregazione, tra i bambini non esisteva molta integrazione: i bambini bianchi tendevano a fare gruppo con quelli bianchi e lo stesso avveniva per i bambini afroamericani e ispanici. Il semplice contatto quindi non è sufficiente a ridurre il pregiudizio. Ma allora che tipo di contatto produce effetti positivi?

Due dei fattori importanti affinché il contatto abbia successo sono l’interdipendenza reciproca e la condivisione di uno scopo comune, una situazione in cui due o più gruppi hanno bisogno uno dell’altro e devono dipendere l’uno dall’altro, per raggiungere un obiettivo importante per entrambi (Amir 1969; 1976).

Un altro aspetto utile, affinché sia più probabile che il contatto riduca il pregiudizio, è la presenza di regole sociali che promuovono e sostengono l’uguaglianza fra i gruppi (Amir 1969; Wilder 1984).

I numerosi eventi che accadono all’ordine del giorno ci fanno comprendere che ancora oggi il razzismo, l’omofobia, la transfobia, il sessismo e qualsiasi altra forma di discriminazione, esistono e sono fattori ancora fortemente presenti nella nostra società. Far finta di niente e rinnegare il problema non serve.

Nessuno dovrebbe aver paura di essere se stesso e ognuno dovrebbe averne la piena libertà.

La discriminazione non è un’opinione, non è un punto di vista, piuttosto una forma d’odio, che attenta ai diritti umani. Anche ai tuoi. Sei libero solo se son liberi tutti.

Bibliografia

Aronson, E. Wilson, T.D. e Akert, R.M. (2013 nuova edizione). Psicologia Sociale. Il Mulino, Bologna.

Hogg, M.A., Vaughan Graham M. (2016). Psicologia Sociale. Teorie e applicazioni. Pearson

Mannetti, L. (2004), Psicologia Sociale, Carocci Editore, Roma.

Palmonari A., Cavazza N., Rubini M. (2002) Psicologia Sociale. Il Mulino, Bologna

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