Riconoscere e sviluppare i propri talenti per diventare veri leader

Riconoscere e sviluppare i propri talenti per diventare veri leader

Parlare di merito e di talento, vuol dire parlare dei meccanismi con cui una socie-tà educa i suoi cittadini, regola i meccanismi di accesso al lavoro e carriere, in-centiva l’intraprendenza personale e il benessere collettivo.

 

Quanto spazio occupano i vostri talenti nelle vostre vite e in quello che fate?

Credete alle vostre potenzialità e desiderate utilizzarle consapevolmente?

Quanto ritenete che sia sufficiente avere delle buone competenze e aspettare che la fortuna vi arrida?

Uno degli aspetti più delicati da affrontare quando si parla di talento, è capire quando siamo in presenza di abilità, di talento, o di conoscenza.

La differenza è bene chiarirla con accuratezza, perché se dobbiamo investire del tempo sui nostri talenti, per trasformarli in punti di forza, allora è necessario sapere dove direzionare le nostre energie.

Il punto di forza è la capacità di fornire costantemente prestazioni quasi perfette in un’attività specifica. 

Qui i punti chiave sono diversi:

-prestazione: parliamo di risultati, non di tentativi, ma di prestazioni concrete e misurabili.

-costantemente: quindi non deve accadere una volta ogni tanto, ma sempre.

-quasi perfette: quindi eccellenza.

-attività  specifica: quindi non tutte le aree dello scibile umano.

Ma per raggiungere questo obiettivo basta avere talento, o è sufficiente fare pratica?

La questione non è se possiamo o non possiamo migliorare in un’attività, certo che si può. 

Gli essere umani sono delle creature estremamente adattabili e se l’attività interessa davvero, troveremo il modo per poterla fare, sicuramente meglio di prima.

La questione è vedere se si può raggiungere e fornire costantemente una prestazione vicina alla perfezione, solo attraverso la pratica.

La conoscenza riguarda i fatti e gli elementi che si possono imparare. 

Ci sono due tipi di conoscenza: quella reale-concettuale e quella esperienziale.

La conoscenza reale assicura l’eccellenza e il successo, che sono impossibili senza di essa.

La conoscenza esperienziale, invece, è quella che non si può imparare a scuola o trovare sui manuali; si apprende con la pratica sul campo. Spesso dà risultati concettuali: per esempio scopri i tuoi valori o focalizzi meglio chi sei e cosa sei in grado di fare.

L’abilità consiste nel conoscere i passi specifici da fare per svolgere una certa attività, portando struttura alla conoscenza esperienziale. 

Questo cosa significa? 

Significa che per qualsiasi attività, a un certo punto, una persona intelligente ha strutturato tutta la conoscenza accumulata in una sequenza di passi che, se seguita, porterà a un risultato.

Non sarà necessariamente un risultato di eccellenza, ma sicuramente sarà una performance  accettabile.

La Galup dà questa definizione di talento: 

“il talento è uno schema ricorrente di pensieri, sensazioni e comportamenti, che possono essere applicati in modo produttivo“. 

Potremmo riassumere con: una serie di azioni che fai sempre, in cui esprimi chi sei, per avere risultati.

Una volta identificati, non possiamo più ignorare i nostri talenti e diventa semplice applicarli con successo in ogni area della nostra vita.

Possiamo riassumere che la conoscenza è qualcosa che sai, l’abilità è qualcosa che fai, il talento è qualcosa che sei. 

Le abilità determinano se tu puoi fare qualcosa; i talenti rivelano qualcosa di molto più importante, cioè quanto bene e quanto spesso puoi farlo.

Aiutare le persone a prendere consapevolezza dei propri talenti, consente loro di vedere se stessi in modo nuovo: individui con potenti talenti in una specifica area.

Capire in quale area una persona eccelle, permette di comprendere come può contribuire a gruppi e a team. Sapere se eccelle nell’esecuzione, nell’influenza, nelle relazioni, nel pensiero strategico, aiuta a sapere l’apporto potente e di valore che può dare, come lavora con gli altri e come può farlo meglio.

L’intento è quello di comprendere il potere che la sua partecipazione  unica può dare agli altri e al mondo.

L’obiettivo è che ogni uomo cresca in accordo con ciò che è, ovvero che si realizzi come persona, che va nobilitata, perché raggiunga la maestria che gli è propria. 

Per giungere alla realizzazione personale, ogni essere umano deve agire con libertà, cercando eccellenza in tutto ciò che fa.

Ogni potenzialità umana necessita di condizioni particolari per potersi esprimere. 

Se per potenzialità si intendono i talenti che genitori, insegnanti, operatori psico-sociali hanno la responsabilità di aiutare a sviluppare, allora è vero che si rendono decisamente primari gli stimoli e l’ambiente giusto, in cui questa crescita possa verificarsi.

I talenti possono essere visti come il patrimonio individuale assegnato dalla natura o come il risultato di un percorso di sviluppo ma, proprio come si legge nella famosa parabola evangelica, viene lodato non tanto chi ne conserva la maggiore quantità, ma chi accetta il rischio, l’avventura, l’utilizzo, mentre viene denigrato chi li ha sotterrati.

La nozione popolare di talento viene solitamente ricondotta a un campo semantico popolato da termini quali: vocazione, disposizione, inclinazione, attitudine, un po’ tutti orientati verso una concezione innata del talento.

Ancora negli anni ‘60 il termine era sinonimo di genio, mentre attualmente, nell’accezione comune, indica l’attitudine a far bene qualcosa, magari con maggiore facilità o impiegando proporzionalmente meno tempo, rispetto alla norma.

Questa apparente facilità è però il frutto di un duro lavoro, come hanno messo in evidenza recenti pubblicazioni. 

Secondo molti studiosi infatti il concetto di talento è sopravvalutato, in quanto, per ottenere risultati occorrono impegno ed esercizio.

Numerose testimonianze dimostrano come il talento sia addirittura spesso un limite, trasformato in abilità o anche un’abilità, finalizzata per il raggiungimento di un obiettivo.

Un esempio famoso è quello di Giorgio VI di Inghilterra, il monarca balbuziente, rappresentato nel film: Il discorso del Re, che riesce a controllare la balbuzie e, con i suoi discorsi radiofonici, a contribuire, insieme a quelli di Churchill, a tenere alto il morale degli inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Già all’inizio del Novecento, lo psicologo austriaco Alfred Adler, dopo numerosi studi sulle personalità dotate, elaborò la” teoria della compensazione”, facendone una legge fondamentale della natura umana.

Dalle sue ricerche, risultava che nel 70% delle scuole d’arte si riscontravano anomalie visive e che grandi compositori come Mozart, Beethoven e Bruckner, presentavano tracce di degenerazione dell’udito.

Secondo Adler, la sfida posta dalla malattia, dalla povertà, da difetti di nascita o da altre circostanze sfavorevoli, costituirebbe lo stimolo a realizzazioni superiori.

Il talento si distingue dunque, più che per le doti naturali e innate, per questa sua capacità di raggiungere un obiettivo, qualunque siano le condizioni di partenza.  Non si tratta solo di avere una certa perseveranza, cioè di insistere con determinati pensieri e azioni fino al raggiungimento di un obiettivo. Il talento è anche la capacità di riprendersi dal fallimento e di apprendere dagli errori.

Lo psicologo americano James Hillman afferma che un elemento molto importante è la motivazione. Scrive infatti che la passione ha un valore predittivo nei confronti del talento e può diventare una forza motivazionale, più efficace di altri consueti parametri.

Coyle definisce il talento una scelta orientata da una specifica motivazione. É ignizione, ovvero il meccanismo che accende la passione e mette in azione il motore dell’iniziativa e della perseveranza.

Robinson e Aronica sostengono che non è il talento naturale che causa il successo personale, ma piuttosto una delicata interazione tra talento, passione, attitudine, atteggiamento e opportunità, che porta le persone a raggiungere i più alti livelli di successo e a condurre vite ricche di significato e scopo.

Quando si avverte la propria vita come significativa, si diventa capace di costruire qualcosa di inconfondibile e originale, in cui si riflette ed esprime liberamente l’individualità, afferma lo psicologo Aldo Carotenuto, che vede nella creatività la chiave di volta per attuare questo processo, lo strumento per interpretare gli accadimenti, la “risposta che apre” nell’arte, come nella vita.

La creatività è la radice del processo di autorealizzazione, è la dote necessaria per passare da oggetto a soggetto, da pensiero ad azione, è lo strumento che ci permette di esprimere il nostro o i nostri talenti.

In conclusione, le definizioni raccolte focalizzano che il concetto di talento ruota tutto intorno alla centralità della persona e alla sua capacità di mobilitarsi per lo sviluppo e la trasformazione delle proprie potenzialità, di investire nell’orchestrazione di risorse multiple, in un insieme organico: creativo e sistematico allo stesso tempo, elasticamente espressivo, ma anche orientato. Multiforme, ma decodificabile.

In una prospettiva psicosociale costruttivista, il talento è il risultato di un processo di costruzione sociale, attraverso il quale esso viene riconosciuto come tale e le capacità straordinarie di un individuo vengono viste sia con un vantaggio per lo stesso, sia con un’occasione di sviluppo per la società in cui opera.

Parlare di merito e di talento, vuol dire parlare dei meccanismi con cui una società educa i suoi cittadini, regola i meccanismi di accesso a lavoro e carriere, incentiva l’intraprendenza personale e il benessere collettivo.

Quindi un elevato sfruttamento dei talenti è un’opportuna strategia anticrisi.

Le soft skills e meta competenze sono oggi le nuove direttive di un processo di formazione, che punta all’eccellenza e che ben sa quanto si sia globalizzata la competitività e l’aggressione di tutti i mercati, da quelli dei prodotti a quelli delle idee. Ma proprio le soft skills aiutano a tessere tutte le interconnessioni possibili, che collegano sfera cognitiva e sfera emotiva, etica e capacità di organizzazione, spirito di iniziativa e capacità di comunicazione.

Investire in meta competenze oggi, significa prima di tutto non perdere mai di vista la visione di insieme, non lasciarsi risucchiare dalla spirale dell’iper-specializzazione, che brucia in fretta i suoi stessi risultati , per apparire superata, non appena si esaurisce quel filone. 

 

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